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di Giovanni Reho   – Il prossimo futuro segnerà cambiamenti radicali nella storia dell’esperienza umana? Sapremo realmente dominare l’intelligenza artificiale, salvaguardare la nostra libertà di coscienza e la nostra capacità di sviluppare un pensiero creativo e critico autonomo?

Serve davvero essere efficienti ad ogni costo, perfetti secondo la metrica di un algoritmo se questo può significare rinunciare alla libertà, alla coscienza e alla possibilità di sbagliare?

La risposta, per chi guarda in profondità, è “no”.
Ma nella pratica quotidiana, il mondo sembra spesso rispondere “sì, purché funzioni”.

La cultura contemporanea, fortemente tecnologica e performativa, ha messo al centro l’efficienza come valore assoluto.

Il nuovo mantra più veloci, precisi e ottimizzati rischia di trasformarci in quello che realmente non siamo: migliori, anche a costo di rinunciare ai nostri valori umani identitari.

È necessario considerare con attenzione che non sempre efficienza è anche saggezza; non sempre perfezione è verità e soprattutto evolversi in esseri umani “ottimizzati” non è vera umanità.

Se vogliamo la perfezione algoritmica, possiamo rischiare di rinunciare alla nostra natura umana più autentica e ai suoi equilibri costitutivi che contraddistinguono il nostro innato bisogno di sentirci veri e liberi e che rendono la nostra esistenza realmente vivibile.

Possiamo escludere dalla nostra esperienza umana l’imperfezione creativa, il dubbio e l’incertezza, l’errore che insegna, il limite che apre al significato?

L’intelligenza se sarà inumana potrà rappresentare una nuova forma di autorità implicita. Un perfetto congegno sofisticato di scienza e tecnica, che rende tutto più semplice ed immediato, più agevole e sorprendente e che per questo definiamo impropriamente intelligente.

In realtà, la macchina algoritmica può essere molto subdola perché suggerisce, guida e soprattutto filtra tutto di noi. Ma allora ha potere su di noi? Forse sì o forse non ancora.

Come può allora evolversi la nuova dinamica computazionale e conversazionale tra essere umano e intelligenza non umana? Possiamo essere in futuro soggetti di un comando invisibile?

L’autorità diventa tale quando non viene più messa in discussione, viene data per naturale, quasi ovvia e diviene quindi intangibile.

In questo senso, l’IA può rappresentare un nuovo dogma tecnocratico, un’ideologia mascherata da neutralità. Senza rendersene conto, molte scelte fondamentali potranno non essere più nostre e nello smarrimento della nostra volontà potremo subire un comando raffinato e invisibile.

La vera domanda è esistenziale:

vale la pena di perdere la libertà per avere comfort, velocità e (apparente) sicurezza?

Siamo ad una versione aggiornata del mito di Faust: vendere l’anima (cioè il pensiero critico, il tempo, la complessità) in cambio di illusorio potere e dominio.

Ma, come nella leggenda, il prezzo arriva sempre. E a lungo termine il processo è irreversibile: non perché l’uomo non può tornare indietro, ma perché avrà dimenticato come potrà vivere senza delegare o dipendere.

L’uomo sarà realmente al centro della nuova esperienza se è ancora in grado di rifiutare la dittatura dell’efficienza.

Essere umani non significa essere perfetti. Significa essere liberi di cercare, di sbagliare, di cambiare idea.

Possiamo essere umani in armonia con le nuove tecnologie, senza essere usati, solo se rimettiamo al centro la cultura, la lentezza, la consapevolezza, la libertà responsabile.

La vera “intelligenza” è soltanto quella umana; è quella che nasce dalla relazione dialogica ed etica in ogni fase, modello e sviluppo della nostra esperienza umana.

Questa la vera sfida, preservare il valore dell’errore umano come significato indelebile della nostra storia e della nostra identità senza essere succubi del mito della disumana efficienza. Un mito inutile che in fondo nessuno di noi sente realmente suo.

Possiamo sperimentare la nuova rivoluzione tecnologica ma abbiamo anche la responsabilità di essere gli artefici di un cambiamento che dovremo guidare con il timone saldo della nostra libertà.

Giovanni Reho

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