Premessa: La preziosissima testimonianza rilasciatomi da Samuel Modiano DEVE ESSERE SOLAMENTE DIVULGATA A SCOPO DIDATTICO. La Shoah è un argomento troppo importante e serio per essere utilizzato a scopo di lucro o per essere strumentalizzato a scopo politico o personale. Questa testimonianza è fondamentale per tramandare la storia di quest’uomo e per ricordare tutte le vittime dello sterminio nazista.

di Lavinia Reho – Erano le 10:00 di una soleggiata mattina del 31 Marzo 2021 quando Sami Modiano, uno degli ultimi superstiti dell’olocausto, presso l’Istituto G.B. Montini, con le sue dolci parole ferite mi ha trasmesso quanto quella violenza gratuita lo abbia segnato e come nonostante tutto sia riuscito a riprendere la propria vita in mano e ad amarla incondizionatamente.

Sami è nato il 18 luglio del 1930 nell’isola di Rodi, nominata l’isola dei fiori per la sua bellezza; Sami è sempre stato abituato a convivere con altre religioni e non ha mai sentito il suo essere ebreo una differenza, anzi un arricchimento per il senso di fratellanza proprio della comunità ebraica, fino a quel terribile 1938….“che cosa è cambiato dopo quel giorno?”

“E’ stato il peggior giorno della mia infanzia (…) Io fino a 8 anni non mi sentivo diverso dagli altri: ero un bambino felicissimo, avevo una famiglia intorno a me bellissima e vivevo in questa bellissima isola che era Rodi che dava tanta tanta felicità (…) Dunque io vivevo in una grande comunità che mi educava nel rispetto degli altri, dove c’erano grandi maestri, grandi insegnanti, grandi professori e grandi rabbini. Una comunità con 5 sinagoghe, un collegio rabbinico dove si parlava 4-5 lingue e dove c’erano quattro religioni (…) eravamo in pace. Io non mi sentivo fino ai miei 8 anni diverso e quello è stato il mio primo impatto di infanzia che non mi ha fatto studiare, e poi non è soltanto questo: le leggi razziali come sai, hanno toccato tutti quanti: non potevamo avere una radio, non potevamo avere un telefono, non potevamo continuare a praticare i nostri mestieri (…) dunque sono state una tragedia le leggi razziali, ci hanno messo in grande difficoltà e per me come bambino è stato il mio primo impatto d’infanzia dolorosissimo anche perché non ho potuto poi avere una cultura”. In quegli anni tuttavia nonostante lo sconforto generale, sua sorella Lucia è stata fondamentale perché le ha fatto da mamma”

 “Che cosa si ricorda dello sguardo di suo padre quando gliel’hanno portata via?”

Devi sapere che io e Lucia eravamo fratello e sorella e ci volevamo bene però c’era una piccola concorrenza a scuola : io ero bravo a scuola ma lei era molto più brava di me, aveva tre anni in più di me e frequentava le superiori ed era una grande soddisfazione in famiglia e, se l’avessero lasciata vivere, sarebbe diventata qualcuno culturalmente…purtroppo come (…) a tutta questa bella gioventù che aveva voglia di vivere, di studiare purtroppo non hanno dato la possibilità. Io vedo l’espressione del viso di un papà che ci tiene a questa sua figlia che non può far niente, l’espressione di quel viso è qualcosa che non si cancella dalla mia mente: si spiega naturalmente questa cosa, un papà che ci tiene alla sua famiglia e purtroppo si trova in difficoltà e non può agire”“quando è stata l’ultima volta che ha visto sua sorella?”

“Io voglio dirti anche una cosa importante, che con mia sorella Lucia avevo quel rapporto di fratello e sorella, ma poi quando mi è mancata mamma visto che questa mia sorella si è dedicata molto di più (…)  infatti io sono cresciuto con il dolore di vedere mia mamma soffrire per queste crisi cardiache e purtroppo per queste, quando avevo 11-12 anni, ci ha lasciato; da quel momento in poi mi ha fatto da mamma e da sorella. Anche mio papà cercava di colmare la mancanza di mia mamma: per questo ho cominciato ad avere qualche gesto in più di tenerezza verso mia sorella e quando eravamo in quel campo di sterminio di Birkenau io sentivo la mancanza sua e sai, come un condannato a morte avevo il desiderio di vederla per l’ultima volta. Quando entri in quel campo di sterminio che si chiama Birkenau non ci vuole molto per capire che non uscirai vivo, sei un condannato a morte; e quindi il desiderio di questo condannato a morte era quello di vedere le persone più care che avevo ancora al mondo che erano mia sorella Lucia e mio papà. Mio papà, grazie a Dio, all’inizio di questo lo avevo vicino, nella baracca numero 15 e io nella numero 11, mentre mia sorella era dall’altra parte dei fili spinati; c’è stata questa separazione nella rampa della morte per cui lei è stata spedita ne lager B e io nel lager A con papà. In tutti casi, come condannato a morte, volevo vederla e Padre Eterno questa opportunità di vederla per l’ultima volta me lo ha data (…) non era più lei, era una persona irriconoscibile. non ti posso spiegare, non ci sono parole per spiegare il dolore di vedere una persona irriconoscibile, in poco tempo, in un mese di un viaggio terribile, in un mese di Birkenau mia sorella era irriconoscibile; però era lei, ci siamo salutati da una trentina di metri, c’erano i fili spinati che ci dividevano, ci siamo abbracciati da lontano, ci siamo spiegati con i gesti, insomma ci siamo capiti. C’era tenerezza, sofferenza, dolore, gioia, c’era un miscuglio di parole insieme che non si possono spiegare, sono dei gesti che io non mi posso dimenticare (…) sono passati pochi giorni e poi non l’ho vista più. E’ finito tutto così. Un papà quando sa che sua figlia non c’è più, non ha più scopo di continuare a vivere, e sapendo che anche lui sarebbe morto e non volendo vedere la morte anche di suo figlio si è presentato lui stesso alle camere a gas; tanto eravamo condannati a morte, prima o poi dovevamo morire, lui voleva andarsene via in punta di piedi dandomi la sua benedizione, dicendomi – tieni duro Sami, tu ce la devi fare – e io l’ho salutato e ho insistito di non presentarsi alla camere a gas ma lui non ha accettato, il dolore di avere perso sua figlia era così grande che era meglio andarsene via in punta di piedi. Tutto questo è successo in poco tempo, siamo arrivati il 16 di agosto nella rampa della morte e il 16 settembre ero solo (…) però se chiedi come sono uscito vivo da quell’inferno non so darti una risposta”

“Lei cita molto spesso il Padre Eterno e nel libro si chiede come facesse Lui a non vedere tutte le crudeltà che invece accadevano davanti ai suoi occhi…si è mai dato una risposta, ha ritrovato la fede, se si come?”

“Io mi sono presentato davanti alla morte molte volte e sono stato proprio davanti alla morte, ma chissà perchè ogni volta il caso mi salvava e questo mi ha sempre dato dei punti interrogativi, perchè io mi sono sempre chiesto – perchè, perchè, perchè – e non trovo le risposte. vuol dire che Padre Eterno ha scelto che qualcuno rimanesse in vita per raccontare quello che è successo; ci hanno messo davanti a tante cose, però non ci hanno dato la morte. é inspiegabile, non ci sono risposte”

“Lei dopo aver perso sia sua sorella Lucia sia suo padre Giacobbe è rimasto solo, però ha trovato questo senso di fratellanza, proprio della comunità ebraica di Rodi, in un ragazzo romano, Piero Terracina….che cosa ha significato questo incontro per lei?”

“Sì, mi è stato di grande aiuto Piero Terracina, mio fratello. Il caso ha voluto che poi io fossi trasferito dal lager A al lager B (…) Questo ragazzo aveva due anni in più di me, non ci conoscevamo, ma condividevamo la stessa storia: lui aveva perso tutti, io avevo perso tutti, sapevamo che dovevamo morire e abbiamo legato (…) Così due ragazzi hanno legato un’amicizia fraterna in luogo di morte. Il caso poi ha voluto che ci siamo poi ritrovato in vita…un’amicizia che non si può cancellare. purtroppo è un anno che è mancato, è stato lui che mi ha spinto a dare la mia testimonianza. Io all’inizio mi rifiutavo, poi lui mi ha convinto e io ho accettato il suo consiglio perchè era mio fratello, e gli ho promesso che fino al momento della morte non mi fermerò”

“Agli inizi degli anni duemila è ritornato, spinto da Piero Terracina e sua moglie Selma, ad Auschwitz con i ragazzi…secondo lei che cosa possiamo cogliere noi giovani in senso positivo da questa speranza?”

“Io ho cominciato nel 2005, ma se io non avessi avuto esiti positivi non avrei continuato. Vedi tu mi hai chiamata, ragazza mia, e sei una giovane, sei tu la speranza. Tu farai in modo quando noi non ci saremo  quello che è successo non succeda mai più. E grazie a Dio, abbiamo dei riscontri molto positivi che ci permettono di continuare, se no non avremmo continuato più”

“Tuttavia nell’incubo di Auschwitz-Birkenau benchè ci fosse questo odore di morte perenne grazie a una Chavan ha fatto il suo primo bar-mitzvah….perchè è stato così importante per lei?”

“Il Bar-Mitzvah è un fatto importante nella religione ebraica perché un ragazzo diventa adulto e da quel momento in poi si prende la responsabilità di prendere le decisioni importanti; io mi preparavo a Rodi: sempre il caso ha voluto che qualche mese prima del mio Bar-Mitzvah che doveva essere ufficiale nella sinagoga di Rodi, non è stato fatto a causa della deportazione del 18 Luglio del 1944; mi ricordo le date precise, il 18 Luglio del 1944 era anche il mio compleanno perchè io sono nato lo stesso giorno del 1930, vedi talvolta i casi sono strani (…) avrei dovuto fare il mio Bar-Mitzvah a Rodi con la mia cara famiglia composta dai parenti intimi di mamma e papà, e con la mia grande famiglia che era la comunità ebraica (…) Abbiamo viaggiato per un mese, siamo arrivati al 16 di Agosto alla rampa della morte, c’è stata la selezione, c’è stata la perdita di mia sorella, c’è stata la perdita di mio papà, c’è stato l’incontro con Piero Terracina e poi una sera il caso ha voluto che mentre mi stavo scaldando davanti ad una stufetta prima di mettermi a letto, un gruppo di ebrei dall’Ungheria si era raggruppato in un angolo per fare una preghiera per i morti che si chiama Kaddish, ma erano in nove e questa preghiera non si può fare se non c’è un decimo adulto che abbia fatto il bar Mitzvah. Mi hanno visto, mi hanno fatto un gesto di avvicinarmi credendo che io potessi fare il decimo e che potessi fare questa preghiera, Ma io ho dovuto ammettere che io non potevo partecipare perchè non avevo fatto il mio Bar-Mitzvah. Avevo l’età per poterlo fare ma non ero ancora adulto ufficialmente: lì dentro c’era un Chavan, uno che studia per diventare rabbino, tutti di origine ungherese e ci siamo fatti capire perchè io parlo quattro-cinque lingue. Loro hanno deciso di fare il Bar Mitzvah il giorno dopo, e la sera dopo si erano preparati e io sono così diventato adulto. Tutto questo è stato perchè sapevamo che nessuno sarebbe uscito vivo, infatti non ho più visto queste persone. Tuttavia così sono diventato adulto, ho fatto il mio Bar-Mitzvah grazie a queste persone”.

“Quello che mi ha maggiormente colpito di lei è questa sua umanità, infatti anche in momenti terribili, di cui ne ricordo uno in cui un prigioniero più anziano ha rubato il suo pezzo di pane, lei non è riuscito a prendersela e ha capito che cosa ha spinto quell’uomo a farlo, e ora dopo tutto quello che ha passato è ancora qui a sorridere e a testimoniare…come ha fatto ad avere sempre questa forza di amare la vita?

“C’è una differenza enorme: Birkenau è una fabbrica della morte (…) una volta che entri a Birkenau sei già un condannato a morte. Se morivamo non c’erano problemi, c’era sempre manodopera fresca che arrivava continuamente nella rampa della morte. Per ciò ti ho voluto spiegare come funzionava; non era un campo di concentramento, era una fabbrica della morte: cinque camere a gas, cinque forni crematori, c’erano camere di tortura, camere per esperimenti; si divertivano ad ammazzare. Questo lo devi spiegare, lo devi dire. I miei occhi hanno visto cose che un ragazzo non si può nemmeno immaginare (…) Tuttavia erano gesti normali, sai ogni persona cerca di salvare la sua vita. Erano gesti per cui io ho perso anche la fede. Ho perso la fede ma poi, ma poi mi sono dovuto riprendere perchè non puoi condannare quel poveretto, ha fatto un gesto normalissimo, perchè così poteva sopravvivere qualche giorno di più. E’ stata anche un’esperienza mia perchè dovevo stare a non farmi rubare il mio pezzo di pane. Credimi, ragazza mia, tutto quello che succedeva là erano tutti gesti naturali, non era egoismo, era sopravvivenza”...“e nonostante tutto questo come fa ancora a sorridere e ad amare la vita?”

“Guarda, bella mia, io sono stato educato a non avere odio e a non avere rancore (…) poi l’esperienza di Birkenau mi ha fatto capire molte cose, io sono cresciuto in anticipo, io non dovevo vedere quelle cose e quando vivi quell’ambiente diventi diverso; io ancora adesso non sono una persona normale come voi, io ho una piaga che non si chiuderà mai, ho i miei drammi, i miei silenzi, le mie depressioni e poi mi dicono che sono un sopravvissuto, ma non è vero perchè io non sono ancora uscito da là e non uscirò mai da lì. Io non posso cancellare tutto quello che ho vissuto, perchè devi sapere anche che io non ho visto solo ammazzare ebrei, ho visto ammazzare omosessuali, disabili, politici. Erano persone normali come tutti gli altri, erano persone innocenti che avevano un difetto, e per questo difetto li devi ammazzare? Per esempio Mengele nella selezione vedeva due gemelli e li metteva da parte per squarciali, vedeva un nano che non ha nessuna colpa, lo ha preso e poi lo studia e lo squarcia per capire. Sono persone, sono essere umani, che non hanno nessuna colpa, e tutto questo fa parte di questa mia esperienza dolorosa che io ho visto coni miei occhi, e non posso dimenticarmi di questi, io li devo ricordare. La statistica è chiara: in questa ultima guerra i signori tedeschi, non tutti perchè non posso condannare tutta una popolazione, hanno fatto 11 milioni di morti tra cui 6 milioni di ebrei e 5 milioni e di queste persone che ti ho appena elencato. Così la nostra missione è quella di ricordarli, tutti questi”

“Lei adesso a 90 anni, come uomo, come si sente rispetto a quel bambino che ha subito tutto questo? che posto da a questo bambino che ha dentro di lei? che rapporto ha con lui?”

“Io adesso mi sento l’uomo più felice del mondo perché ho fatto quello che dovevo fare. Padre Eterno mi ha dato questa missione in mano e quando sono uscito vivo da quell’inferno mi sono portato appresso molti punti interrogativi e dal 2005 in poi ho capito che Padre Eterno mi ha scelto per dare questa testimonianza a voi. Ora quando arriverà il mio momento me ne andrò via tranquillamente, molto molto felice, di quello che ho fatto. La speranza mia siete voi!”

“Dopo  la liberazione quando è tornato in Italia con Settimo Limentani, rispetto alle persone e al contesto che aveva intorno come si sentiva?”

“Ci stanno due cose importanti, molti di questi sopravvissuti si sono ritrovati in famiglia e questo li ha confortati un po’, io purtroppo sono rimasto solo, non avevo più nessuno e questo è stato per me un disagio enorme, però c’erano sempre le parole di mio papà che non mi sono servite soltanto a Birkenau, perché per un ragazzo di 14 anni nel dopoguerra non è stato facile (…) sono un ottimista perchè non porto odio, non porto rancore. Ho avuto anche la fortuna di trovare una moglie che è stata di fianco a me, che mi ha capito: una donna molto forte e molto molto importante perché stare vicino a un sopravvissuto non è così facile”.

“in relazione alla sua esperienza per lei è stata più importante una crescita psicologica o cronologica?”

“Non saprei dirti, per me sono state esperienze che mi hanno maturato prima del tempo, tutto qui e io non ho una cultura come sai, sono rimasto alla terza elementare…può darsi più psicologicamente”

“Vorrei concludere chiedendole come si può smantellare questa geografia del dolore per cui la maggior parte delle persone ricordano solamente il 27 gennaio oppure quando visitano qualche memoriale qualche luogo in cui si ricorda la Shoah, cercando di renderla un argomento che deve essere ricordato in tutti i luoghi e giorni?”

“Non bisogna ricordarla solamente in quella data, La shoah é qualcosa che è successa e dunque bisogna ricordare sempre, non c’è data per questo. E’ una cosa che si sa perchè ci sono tanti libri e documenti su cui ci si può informare e quindi va ricordata sempre”

“Ma si può fare qualcosa? perchè viviamo in un contesto dove avvengono ancora atti ancora profondamente anti-semiti”

“Noi non possiamo aggiustare il mondo (…) Sai molto bene che malgrado tutto ci sono persone che negano l’evidenza e noi dobbiamo fargli capire che non possono. Ci sono persone ancora che si divertono a scrivere le svastiche, che fanno delle scritte su muri antisemite. Bisogna combatterli con calma, non possiamo cancellare tutto, non siamo nella possibilità di farlo. Tutto quello che possiamo fare è aiutare una persona a ragionare e a capire se sta sulla strada giusta o su quella sbagliata”.

Sami ha concluso la nostra bella conversazione rivolgendosi direttamente a me e a mia sorella Ginevra dicendo che dobbiamo essere grate alla nostra famiglia in quanto ci ha dato la possibilità di studiare, che lui non ha mai avuto. “Ogni tanto se mamma e papà vi fanno qualche osservazione, la fanno per il vostro bene, perciò ogni tanto date un abbraccio a papà e a mamma. Dunque Lavinia, fate tesoro di quello che avete, ve lo sta dicendo qualcuno che queste cose purtroppo non le avute (…) e ricorda che non bisogna dimenticare mai tutti quelli che sono mancati (…) erano ragazzi innocenti che sono stati uccisi barbaramente; loro hanno bisogno di essere ricordati”.

Che queste sue parole non siano solo utili per far si che “magistrae vitae” sia solo un banale appellativo applicato alla storia, ma che diventi parte di noi, della nostra essenza, affinché attraverso la memoria noi non solo possiamo evitare che questo male riaccada, inoltre possiamo portare un po’ di serenità a questo mondo così stanco da dimenticare quanto sia bello mettersi alla prova, convivendo con altre culture e religioni, con anche il “rischio” di arricchirsi e maturare come persone. L’essere umano però, come ci ha anche suggerito Sami, non può cambiare di punto in bianco: l’uomo ha bisogno di essere guidato con dolcezza, senza usare la violenza. Questa intervista, infatti, non poteva che finire augurandoci:

 “Mazal tov nipotine mie!”.

P.S. Io purtroppo ho dovuto tagliare alcune parti della sue risposte per una questione di lunghezza dell’articolo, quindi se siete interessati a vedere l’intervista integrale cliccate sul seguente link: https://drive.google.com/file/d/1iKwAh7_pbEZaJBGRzfLSbpjcQ69XZLTg/view?usp=drivesdk

Lavinia Reho 

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