di Salvatore Primiceri* – Santippe era la moglie di Socrate. Si narra che ella avesse un carattere difficile, piuttosto burbero, irascibile e scontroso. Agli amici che gli chiedevano come facesse a sopportarla, Socrate rispondeva che averla accanto era un ottimo esercizio per essere pronto a sopportare qualsiasi disavventura che il destino gli avesse posto davanti.

Ma l’ironia di Socrate celava un rispetto autentico per sua moglie, la quale era soprattutto una madre preoccupata per i suoi figli e per la sua famiglia, viste le manchevolezze del marito. E questo Socrate lo sapeva benissimo.

Egli, infatti, si occupava poco delle faccende domestiche, in quanto impegnato nella “missione” del filosofare che aveva ricevuto per voce dell’oracolo di Delfi. Santippe aveva capito che, nonostante la purezza delle intenzioni del marito, il filosofare gli avrebbe procurato un sacco di nemici e di guai. E, infatti, Socrate morì condannato a morte, dopo un processo sommario e privo di qualsiasi garanzia verso l’imputato, anche per le antipatie che la sua attività filosofica gli aveva procurato.

La dialettica filosofica, conosciuta come maieutica, con cui Socrate intratteneva chiunque incontrasse per la sua via, era finalizzata a trovare risposte alle grandi domande dell’umanità e, attraverso la discussione, porre nelle condizioni i suoi interlocutori di riflettere meglio sulle cose e sui propri comportamenti, inducendoli a mettersi in discussione.

Una volta, narra Senofonte, Socrate notò che suo figlio Lamprocle manifestava una continua insofferenza verso la madre e le sue reprimende. Allora Socrate si rivolse al figlio e gli chiese: “Figliolo, lo sai che ci sono uomini che sono chiamati ingrati?”.

Lamprocle annuì. E Socrate nuovamente: “Bene, e sai anche perché vengono chiamati ingrati?”. Il figlio rispose: “Certo, padre, sono ingrati coloro che non dimostrano gratitudine verso chi porge loro dei favori, pur potendolo fare”.

E Socrate incalzò: “E gli ingrati sono da considerare anche ingiusti?”. Lamprocle era d’accordo. Socrate proseguì il dialogo con il figlio e trovarono un punto di incontro nel considerare che “quanto più grandi sono i beni ricevuti, tanto è più ingiusto colui che non ringrazia o contraccambia”.

Lamprocle vuole comprendere meglio e Socrate gli disse: “Da chi riceviamo i benefici più grandi se non dai genitori?”. Socrate spiega a questo punto come il ruolo della madre sia proteso esclusivamente al bene dei figli e che ella compie enormi sacrifici per crescerli nel migliore dei modi.

Ma Lamprocle è ancora dubbioso e si rivolge al padre: “Ma mia madre dice certe cose che nessuno vorrebbe sentire, nemmeno a costo della vita intera”. Socrate rispose: “E tu quanti affanni le hai procurato da piccolo, scalciando, facendo dispetti e capricci di notte e di giorno? Quante preoccupazioni le hai dato quando ti ammalavi?” Lamprocle insiste: “Va bene, ma mai ho detto cose di cui vergognarsi”. E, infine, Socrate: “Figliolo, fammi capire, tu non sopporti le parole di una madre che, quando parla, non solo non vuole farti male ma lo fa solo esclusivamente per procurarti i benefici maggiori? Oppure pensi che tua madre sia malevola?” Lamprocle, a questo punto, inizia a rendersi conto del suo sbaglio: “Certo che no, so che mia madre vuole solo il bene per me”.

Socrate si rivolge nuovamente al figlio e gli dice: “E allora come fai a dire che è insopportabile una donna così amorevole verso di te, che si preoccupa quanto più può che tu guarisca quando stai male, che fa di tutto perché non ti manchi mai niente e prega continuamente che ogni grazia possa manifestarsi per te nella vita? Se non sai tollerare una mamma così. allora non sai tollerare chi ti fa del bene”.

A questo punto, Socrate, conclude il ragionamento tornando sul concetto di gratitudine e di come anche gli altri notino e ritengano importante la valutazione su quanto uno sappia riconoscere e contraccambiare i benefici: “Per accedere alle cariche pubbliche la città indaga anche su quanto uno si sia preso cura dei genitori e della loro tomba. E allora, figlio mio, se hai buon senso chiederai perdono agli dèi se non ti sei preso cura della mamma; implorerai loro che ti facciano del bene anche se penseranno che tu sei un ingrato e tutti gli uomini, se sapranno che non rispetti i genitori, ti disprezzeranno e ti ritroverai senza amici. Se, infatti, avessero anche solo il sospetto che tu sei ingrato verso i genitori, nessuno penserebbe più che, se ti fa del bene, riceverà gratitudine”.

Concludendo, Santippe era la moglie che Socrate dice di non aver scelto a caso, ma perché sapeva quanto sarebbe potuta essere la madre migliore per i propri figli. Scorbutica e amorevole allo stesso tempo, Santippe rappresenta la mamma a cui si deve saper dire grazie.

Salvatore Primiceri

Bibliografia:

Senofonte, Memorabili, BUR Rizzoli, Milano 1989

Alfredo Panzini, Santippe, Libri dell’Arco, Rimini 2022

* Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

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