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di Lavinia Reho – A Parigi, quattro uomini borghesi decidono di chiudersi in una villa tanto lussuosa quanto decadente in rue Boileau 64, per mangiare fino alla morte. I quattro protagonisti sono Ugo (Ugo Tognazzi), un ristoratore, Michel (Michel Piccoli), un produttore televisivo, Marcello (Marcello Mastroianni), un pilota, ed infine Philippe (Philippe Noiret), un magistrato che vive ancora con la sua balia d’infanzia con cui ha un rapporto controverso.

Nel 1973 Marco Ferreri decide di mettere in scena uno dei film più scandalosi di Europa, marcando un sentimento che accomunava molte opere prodotte nel corso degli anni settanta, cioè l’ “épater la bourgeoisie”, uno spirito corrosivo e indigeribile per la società dell’epoca che metteva al centro opere disturbanti che si spingevano fino a livelli quasi impensabili di trasgressione, tanto che alcune di quest’ ultime subirono censure e l’ostracismo delle autorità tanto da portarle a processo.

Ferreri si ispira al il dipinto di Rembrandt lezione di anatomia del dottor Tulp per mettere in atto un cinema fisiologico secondo cui la morte è l’ultima indigestione di un infinito e pantagruelico simposio, l’ultimo piacere della carne. La morte non è altro che parte di un metabolismo corporeo, nonché quello bulimico caratteristico della borghesia.

I quattro protagonisti comunicano ai familiari e amici che sono impegnati nel fine settimana senza specificare il luogo in cui si stanno recando e le motivazioni.

Il loro suicidio è insito nella loro noiosa vita borghese, ed è fisiologico, proprio come il cibo e il sesso, che portati fino all’estremo finiscono per causare la loro morte.

La grande bouffe è un’immensa danza, una festa baccanale, i cui comportamenti dissoluti sono talmente estremi e ripetuti da essere svuotati completamente del loro significato, da diventare persino grotteschi. Sesso, cibo e morte diventano un’allegoria della autodistruzione. I corpi sono centrali in quest’opera cinematografica, sono strumenti narrativi che sottolineano quanto la superficialità e la noia borghese, come direbbe Moravia, possano indurre i protagonisti a rimanere intrappolati in un circolo vizioso e distruttivo da cui si può uscire solamente suicidandosi.

Lo stesso Pier Paolo Pasolini descrisse il film come corpi colti in una sintesi di gesti abitudinari e quotidiani che nel momento in cui li caratterizzano li tolgono per sempre alla nostra comprensione, fissandoli nella ontologicità allucinatoria dell’esistenza corporea, sottolineando come comportamenti umani e ordinari, come mangiare e fare l’amore, possano diventare cosi’ fatiscenti da apparire disturbanti, quasi violenti.

La prima proiezione al Festival di Cannes fu uno scandalo: critici disgustati, spettatori che si alzavano dalle proprie postazioni schifati. Addirittura uno di questi esclamò che probabilmente sarebbe stato meglio se gli avessero “pisciato addosso”, piuttosto che essere esposti a tale brutalità visiva.

Gli anni ‘70 sono caratterizzati da pellicole che rappresentano la realtà cruda e violenta, senza abbellimenti. La verità ne è parte inscindibile e come conseguenza rappresenta una società, italiana e non, moralista e che ha paura di analizzarsi e di ammettere a se stessa che quei comportamenti scabrosi dei quattro protagonisti sono umani, e che quindi appartengono anche a lei.

Il lasciarsi scandalizzare, asserisce Pasolini in un’intervista, è un’arte e quest’ultima deve portare piacere e ha il compito di intrattenere il pubblico; chi non si lascia scandalizzare è semplicemente uno stupido, che non coglie la grande opportunità di smuovere la propria coscienza.

Ferreri mette i riflettori con crudezza sulla società dell’epoca, decadente e grottesca, il cui godimento eccessivo porta all’autodistruzione.

I protagonisti nella magione iniziano morbosamente ad abbuffarsi e a fare sesso, utilizzando il cibo anche con ferocia. Michel, colto e raffinato ballerino, è un personaggio emblematico, il quale sfrutta il cibo e l’erotismo come strumenti di potere, gettando veementemente alcuni alimenti sul corpo nudo di alcune prostitute invitate in quella villa oppure mettendo in primo piano atti fisiologici appunto, che mostrano quanto un essere umano possa diventare basso e superficiale.

A furia di mangiare senza fermarsi una delle prostitute, Nicole, interpretata da Florence Giorgetti, esclama disperata “Siete grotteschi! Grotteschi e disgustosi! Perché continuate a mangiare se non avete fame!?”, e subito dopo anche il corpo reagisce con violenza, rimettendo tutto il cibo ingerito fino a quel momento. Quel disgusto condusse anche le altre meretrici ad andarsene.

La devastazione dell’abbuffata si ripercuote anche sui personaggi principali, i cui volti diventano sempre più rossi, esasperazione della perdita di controllo; Nonostante questo, continuano a mangiare.

Il giorno seguente, una scolaresca viene a visitare il giardino per vedere il famoso “tiglio di Boileau”, albero sotto il quale il poeta francese era solito sedersi per cercare l’ispirazione. Ugo, Marcello, Michel e Philippe accettano di conoscere la maestra Andréa, la quale rimane nella villa con loro. Andréa rappresenta la brava ragazza borghese e ingenua che nonostante ciò non ci pensa due volte a lasciarsi cadere nel flusso della lussuria.

Il proprietario della magione è Philippe, un magistrato colto e aristocratico, il quale vive un rapporto morboso e perverso con la sua balia, una donna anziana e procace. Malgrado sia sempre stato un uomo vizioso, nel film pare quasi sopraffatto da quella realtà forse troppo decadente e grottesca, per cui non può fare altro che subire. Si abbandona a se stesso, quasi non partecipando alle attività voluttuose degli altri, salvo mangiare, e accettando inoltre che Andréa, con cui ha deciso di sposarsi subito dopo averla conosciuta, lo tradisca davanti ai suoi occhi con gli amici.

Marcello, pur essendo stato uno dei personaggi più libertini durante tutta la narrazione, con la sua Bugatti cerca di scappare da quella devastazione sia fisica sia psichica, ma muore congelato, come simbolo di impotenza di fronte alla propria autodistruzione.

Ugo, il cuoco di quella strafogata, proprietario di un elegante ristorante nel centro di Parigi, si suicida a causa di quel rapporto lugubre e perverso con il mangiare.

La morte dei quattro protagonisti è stata grottesca, proprio come quella villa, da cui l’unica a sopravvivere sarà proprio la maestra, circondata da animali morti, depositati nel giardino, impersonazione della decadenza.

Tutto la narrazione gioca sulla connessione tra cibo, sesso e morte andando ad enfatizzare l’ossimoro che governava la società dell’epoca: moralismo e lussuria, perbenismo e grottesco.

Ferreri inoltre sceglie di ambientare La grande abbuffata a Parigi con un cast italo-francese anche perché in ambedue i paesi si era sviluppato il culto della gastronomia raffinata. Tuttavia, egli attribuisce un significato mortifero al cibo e alla sessualità.

La morte di Philippe, come quella di Ugo, Michel e Marcello, è metafora del declino borghese il quale avviene nel giardino, tra le braccia di Andréa, anch’esse parte di una fisicità perversa; La loro fine simboleggia l’esasperazione dell’ipocrisia di quella società, la cui autodistruzione è incoronata da una esclamazione significativa del pilota  “Mangia! se tu non mangi, non puoi morire!”.

Lavinia Reho

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