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di Stefano Bassi – Fin dalla sua nascita, nell’antica Grecia sotto il governo di Pericle, la democrazia è stata intesa come la migliore relazione possibile fra i cittadini e le Istituzioni. Essa è una forma di governo, infatti, che basa il suo funzionamento sulla partecipazione del popolo all’amministrazione dello Stato, il che dovrebbe garantire la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo.

La storia, però, ha spesso indotto gli uomini a interrogarsi riguardo alla reale efficacia della democrazia, forse perché essa può funzionare in vari modi e può produrre risultati diversi in base al grado di coesione di una comunità o all’effettivo equilibrio dei vari poteri che compongono un ordinamento.

Esistono molti modi per rendere una democrazia imperfetta, ma la domanda che dobbiamo porci è se esista un modo per renderla perfetta.

In periodi di crisi, dove le maggiori conquiste in termini di diritti e libertà sembrano inaspettatamente vacillare, occorre prendere le opportune precauzioni. Rileggere il pensiero filosofico di chi, come Jean-Jacques Rousseau, ha fornito un contributo fondamentale per lo sviluppo delle democrazie occidentali, può rimettere in circolo idee e quel senso civico basato sull’iniziativa popolare che troppo spesso sembra mancare al giorno d’oggi.

L’opera di Rousseau che maggiormente ha influenzato il pensiero politico del suo tempo (il XVIII secolo), ispirando i principi e i valori della Rivoluzione francese, è “Il contratto sociale”. Ridato alle stampe nella nuova edizione curata da Salvatore Primiceri per la collana Biblioteca Filosofica di Primiceri Editore, questo testo offre non solo un ricco terreno di riflessione ma anche potenziali soluzioni per rinvigorire il tessuto democratico.

Al centro dell’opera di Rousseau vi è l’idea rivoluzionaria che la sovranità risiede incondizionatamente nel popolo, configurando un panorama politico dove il potere è legittimato unicamente dal consenso dei governati. Questo principio di sovranità popolare pone le fondamenta per un contratto sociale in cui gli individui, cedendo alcuni diritti naturali in favore della comunità, accedono a una libertà e uguaglianza superiori sotto la guida di leggi che essi stessi hanno contribuito a stabilire. La volontà generale emerge come il motore che guida il bene comune, distaccandosi dalle mere somme di interessi individuali per aspirare al benessere collettivo.

Rousseau pone anche una riflessione interessante riguardo ai rappresentanti che il popolo elegge in quegli ordinamenti dove è previsto l’organo del Parlamento o altri organi elettivi. Egli afferma che il popolo non dovrebbe demandare nemmeno una delle proprie funzioni a dei rappresentanti in quanto questi, una volta eletti, finiranno per dimenticarsi del mandato popolare e agire in base ai propri interessi. Qualsiasi “corpo intermedio” che il corpo politico (il popolo unito in un “io comune”) dovesse creare per meglio amministrare lo Stato, dovrebbe essere immediatamente rimosso appena esso si dimostri contrario alla volontà generale. Su questo aspetto è ancora oggi acceso il dibattito sull’opportunità o meno del cosiddetto “vincolo di mandato” dei rappresentanti politici eletti dai cittadini.

Oggi, infatti, le democrazie occidentali si trovano ad affrontare una molteplicità di minacce che vanno dall’erosione della fiducia nelle istituzioni e nel processo elettorale, al crescente divario tra ricchi e poveri, fino al pericolo che rappresentano le fake news e le campagne di disinformazione. In questo contesto turbolento, l’opera di Rousseau invita a una profonda riflessione sulla natura della nostra partecipazione civica e sulla corrispondenza tra le politiche adottate e la vera volontà del popolo.

Per affrontare le crisi della democrazia moderna, può essere quindi utile rivolgersi ai concetti chiave di Rousseau. Innanzitutto, una maggiore partecipazione democratica e civica è fondamentale. Incoraggiare il coinvolgimento attivo dei cittadini nella vita politica potrebbe contribuire a ristabilire la fiducia nelle istituzioni democratiche e garantire che le leggi e le politiche riflettano più fedelmente la volontà generale.

Inoltre, la promozione dell’uguaglianza e della giustizia sociale attraverso politiche pubbliche mirate può contribuire a ridurre le disuguaglianze che minano i principi democratici, riportando l’attenzione sul bene comune piuttosto che sugli interessi di pochi.

Tutto questo non è però affrontabile nel modo più efficace se il popolo si disinteressa della politica. La disaffezione dei cittadini verso la partecipazione alla vita politica crea spesso larghi spazi a coloro che ambiscono a posizioni di potere per favorire propri interessi ed esercitare il proprio mandato con forza e arroganza.

Nell’era moderna, questo significa promuovere una cultura del dibattito pubblico costruttivo, investire nell’educazione civica e garantire la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni politiche.

Mentre affrontiamo le sfide poste alla democrazia nel XXI secolo, “Il contratto sociale” ci ricorda che il cammino verso una società più equa, libera e democratica richiede un impegno collettivo e una riflessione continua sui principi che dovrebbero guidare la nostra convivenza civile. Inspirandoci ai concetti di Rousseau, possiamo aspirare a rinvigorire la salute della democrazia, assicurando che rimanga resiliente di fronte alle tempeste del cambiamento e fedele alla sua missione di servire il bene comune.

Stefano Bassi

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