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di Stefano Bassi – In un’epoca affollata di narrazioni effimere e consumo culturale mordi e fuggi, Riminesità di Enzo Pirroni (edito da Libri dell’Arco) si impone come un libro raro, prezioso e necessario. Raro per la qualità della scrittura, prezioso per la ricchezza di vite raccontate, necessario perché ci ricorda cosa significhi appartenere a un luogo – non come atto burocratico, ma come condizione esistenziale.

Difficile etichettare Riminesità: non è un romanzo, né un saggio storico, né un memoir nel senso tradizionale. È piuttosto un mosaico di memorie individuali che, nell’intrecciarsi, compongono una geografia sentimentale e culturale della città di Rimini. Un atlante dell’anima, costruito con lo sguardo partecipe e ironico di chi questa città non l’ha soltanto abitata, ma l’ha vissuta fino in fondo, nei suoi slanci e nelle sue miserie, nelle sue estati affollate e nei suoi inverni silenziosi.

Pirroni, con una prosa limpida ma mai banale, dà voce a una folla di personaggi che sembrano usciti da un film felliniano – e non è solo per la coincidenza geografica. Portieri, nuotatori, medici, anarchici, poeti, giocatori di bocce e cappellai si alternano in un fluire narrativo che è insieme cronaca e poesia, resoconto e invenzione affabulatoria. Ogni figura diventa emblema, ogni aneddoto si fa epica, ogni frase è intessuta di malinconia e tenerezza. La Rimini che ne esce è quella delle case popolari, delle fogheracce, delle palestre improvvisate nei palazzi comunali, dei mercati all’aperto, degli scogli invecchiati come uomini, degli incontri straordinari in giorni qualsiasi.

Il titolo Riminesità è perfetto, perché non indica semplicemente l’appartenenza geografica, ma un modo specifico, quasi filologico, di guardare alla vita. È l’arte di essere riminese, di pensare in dialetto anche quando si scrive in italiano, di vedere l’epopea nel quotidiano, di custodire storie minime come fossero reliquie.

Il libro è anche un atto politico nel senso più nobile del termine: nel rievocare il passato, Pirroni si oppone all’appiattimento dell’identità e alla perdita della memoria collettiva. Rifiuta la narrativa semplificata della contemporaneità e, attraverso la scrittura, costruisce un controtempo, una resistenza al logorio dell’oblio. La sua è una scrittura che scava, che scarnifica i luoghi comuni e restituisce complessità al vissuto umano.

Tra i momenti più toccanti, le pagine dedicate al medico ebreo Adamh Levi-Menendez, personaggio a metà tra storia e leggenda, e quelle sulla figura del pittore Demos Bonini, in bilico tra malinconia e sarcasmo. Ma anche l’incredibile impresa del giovane Ciccio Forlivesi che, con ingenuità donchisciottesca, parte in bicicletta per vedere passare Charly Gaul sul Monte Bondone. E poi c’è la narrazione ironica e affettuosa dei vecchi che discutono di politica davanti alla fontana dei Quattro Cavalli, come ultimi testimoni di un tempo che fu, ma che ancora resiste nel lessico delle piccole cose.

Riminesità è un libro che non si legge soltanto: si ascolta, si guarda, si annusa. Ogni pagina contiene un odore, un suono, un colore, come un vecchio baule aperto dopo decenni. Chi è nato a Rimini vi ritroverà sé stesso o chi l’ha preceduto; chi non la conosce, ne sentirà il profumo struggente e irripetibile.

Enzo Pirroni ci regala un libro fuori moda, e proprio per questo, urgente e profondamente contemporaneo. Perché nel tempo del disincanto, dell’iperconnessione e della smemoratezza, ricordare è un atto poetico. E ricordare bene – come fa lui – è un atto d’amore.

Stefano Bassi

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