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BloomingIris4 copia 2In occasione dell’uscita di Amondawa disco d’esordio della band romana dei Blooming Iris, L’AltraPagina ha avuto modo di intervistare la band che ci ha raccontato qualcosa sulle canzoni, sulle influenze musicali che hanno segnato il loro percorso artistico e sul loro futuro. Ecco cosa ci hanno raccontato

Siete una band emergente, al vostro primo disco, quindi molti dei nostri lettori ancora non vi conoscono, ci raccontate come sono nati i Blooming Iris e da dove deriva il vostro nome?
I Blooming Iris erano un buon motivo per non studiare al liceo, poi sono diventati la cosa più importante di tutte e la voce per esprimere tutto quello che non si può spiegare a parole. Il nome viene da National Geographic e da una foto bellissima della nebulosa Iris pubblicata sul loro profilo Twitter.

Ascoltando il vostro disco di esordio, Amondawa, si percepisce la vostra anima rock, quali sono i vostri artisti di riferimento? A chi vi ispirate per la vostra musica?

Non c’è rock nei nostri artisti di riferimento, ma energia; adesso stiamo ascoltando Arcade Fire, Lorde, Glass Animals, Coldplay e Duke Ellington.Al tempo del disco nelle cuffie c’erano gli Alt-j, James Blake, AlunaGeorge, Bon Iver e Gesaffelstein.

Il vostro primo lavoro ha un nome molto particolare, Amondawa, collegato ad una piccola popolazione brasiliana, ci raccontate il significato dietro a questo nome e perché l’avete scelto come titolo del disco? Come può non incuriosire una tribù che vive senza il concetto di tempo?

È qualcosa che non riusciamo nemmeno ad immaginare, e non potevamo non rendere loro omaggio nel nostro disco. Queste persone cambiano il proprio nome a seconda della fase della vita in cui si trovano. È una realtà praticamente parallela molto vicina a quella in cui vivevano al tempo della scrittura dell’album.

copertina amondawaQuali sono le tematiche che sono trattate all’interno di Amondawa?

Ci siamo accorti a posteriori che esiste un filo conduttore nei brani, nonostante trattino argomenti diversi tra loro. In tutto il lavoro si raccontano realtà che non ci appartengono più o non ci sono mai appartenute, come l’accettazione o il bisogno di rivoluzione. Si raccontano dei rapporti sfumati o degenerati, altre volte invece affrontiamo tematiche più generali, come nel brano Raw. Il tutto è collegato strettamente con il concetto di “non tempo” degli Amondawa.

La traccia che apre Amondawa è Same Old Blood; ho letto che ha avuto una genesi un po’ particolare, essendo il risultato di un’unione di due brani diversi, ci potete raccontare qualcosa in più di quest’originale canzone?

Same Old Blood è nata dalla fusione di due canzoni, una scritta da Nicolò ed una da Daniele. Nessuna delle due era valida, allora proprio in studio abbiamo deciso di provare ad unirle. Abbiamo riportato una in tonalità dell’altra ed è venuta fuori quella che in un primo momento chiamavamo “Pane” e che prendeva il meglio di entrambe. È la canzone più esotica del disco e non potevamo iniziare l’album in altro modo: le prime parole sono “finally we are alone”.

Altra brano interessante del disco è The Mirror Stage in cui ci sono anche richiami alla psicanalisi, com’è nato questo brano e cosa ci volete dire con questa canzone?

Questa canzone è per una persona che non fa più parte della nostra vita (è ancora vivo). La fase dello specchio, questa è la traduzione italiana, è quella in psicanalisi in cui il bambino comincia a prendere atto della sua esistenza guardandosi riflesso. In realtà i motivi per cui lo paragoniamo a questa “fase” sono personali, ma il testo può essere considerato universale e con una morale positiva.

In Amondawa c’è un brano, Spleen, che tratta del tema del male di vivere e del non riuscire a voltare pagina una volta per tutti, ho letto però che in un primo tempo pensavate di non inserirlo nell’album, per quale motivo?

La versione che si può ascoltare per fortuna non è quella che era inizialmente, neanche lontanamente. È stato il brano più difficile su cui lavorare per il disco e praticamente fino all’ultimo pensavamo di escluderlo. Come al solito dove ci sono più dubbi emerge sempre il meglio.

Vi siete formati nel 2010 e prima della release del disco d’esordio avete svolto un’intensa attività live sui palchi della Capitale: quanto pensate questo vi sia stato utile per la realizzazione di Amondawa?

In realtà l’unica cosa che i live ci hanno fatto capire è quanto abbiamo voglia di suonare sempre più spesso è sempre in più posti.Ci ritroviamo a discutere di come la musica sia contemporaneamente il fine ed il mezzo della nostra vita.

Avete già in programma di promuovere il disco anche fuori dal circuito dei locali romani? Possiamo aspettarci a breve i Blooming Iris sui palchi dei club italiani?

Subito dopo il 30 ottobre annunceremo le prime date del tour promozionale del disco. Vi dico solo che iniziano scendendo.

Anche se è presto per pensarci, con quali artisti vi piacerebbe collaborare in un prossimo album?

In Italia gli m+a per il cammino che stanno facendo. Per fuori, vogliamo sognare? Allora Trentemøller per la poliedricità e Flying Lotus per la pazzia. Vorremo anche scrivere un brano in cui coinvolgere una voce femminile. L’utopia è St. Vincent.

 

Andrea Dasso

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