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di Salvatore Primiceri – Un giorno Seneca, accusando una lieve febbre, decise di ritirarsi nella sua villa di campagna. Partì velocemente da Roma in quanto si era persuaso che il proprio malessere derivasse dal luogo più che da una malattia. E difatti, lasciata alle spalle “l’aria pesante di Roma”, avvertì un immediato cambiamento nel suo stato di salute. Un nuovo vigore lo pervase nel mettere piede nel proprio vigneto; si sdraiò sul prato e mangiò con appetito. Ricominciò a lavorare con passione e scomparve completamente quel senso di ansia che lo aveva avvolto prima di partire.

Sembrerebbe quindi che viaggiare o quantomeno solo lo “staccare la spina” dalla quotidianità, sia un’azione risolutiva di molti problemi che attanagliano gli uomini. Ma, secondo Seneca, l’influenza del luogo non è decisiva alla cura dei propri mali. Occorre qualcosa di più: una predisposizione d’animo particolare.

Molte persone, infatti, non traggono alcun vantaggio dal viaggiare. Partono pensando che la fuga da un luogo possa corrispondere anche alla fuga dai problemi. Ma un animo mal disposto e mal curato non può che sortire l’effetto opposto, ovvero portarsi ovunque con sé le proprie insoddisfazioni e i propri malesseri.

Si racconta che Socrate, ad un tale che si lamentava di non aver ricevuto alcuna utilità dai viaggi, rispose: “Ovvio che sia così. Tu viaggiavi in compagnia di te stesso”.

Se l’anima non è serena, non si fida neppure quando sta al sicuro, poiché una volta che è assediata da paure e preoccupazioni, spesso irragionevoli, non è più capace di vivere tranquilla.

Viaggiare è quindi utile se e solo se l’uomo compie lo sforzo di diventare un valido compagno di viaggio di sé stesso: “Se vuoi godere la gioia del viaggiare, devi anzitutto sanare il compagno che è in te”.

L’unico modo per farlo è prendersi cura del proprio animo. Il cambio di paradigma che permette di passare da una visione negativa delle cose ad una positiva non risiede tanto nel “panorama” che ci troviamo di fronte quanto nell’esercizio spirituale che compiamo dentro di noi. Occorre correggere sé stessi da tutte le cose che non vanno. Per Seneca ciò significa in particolare rifuggire dalle passioni, sgravarsi dalle proprie colpe, non cedere all’ira, trattenere i desideri entro limiti ragionevoli e sradicare l’anima da qualsiasi disonestà. Un luogo gradevole può aiutare a trovare una condizione di serenità per avviare questo percorso di rigenerazione ma non può da solo risolvere tutto se l’animo non riacquista il pieno possesso di sé.

Il viaggio consente di osservare luoghi, incuriosirsi, meravigliarsi, incontrare persone nuove, confrontarsi e, quindi, trovare ispirazione ed esempi per la cura dei propri mali, ma se lo affrontiamo con l’animo malato il nostro viaggiare diventa solo vagabondare senza arricchimento, una sorta di fuga senza fine alla ricerca di una felicità impossibile.

E allora dove bisogna cercare le soluzioni per curare le malattie dello spirito? Socrate è stato chiaro nel dirci che ogni risposta è già dentro di noi. Seneca aggiunge che dobbiamo guardare agli esempi di uomini virtuosi che ci hanno lasciato preziosi insegnamenti sul modo di affrontare la vita. Solo l’uomo che conosce davvero sé stesso e affronta le difficoltà della vita accettando la natura delle cose, trova la forza per trasformare i malanni in risorse per una vita felice.

Concludendo, è il viaggiare che cura i mali dell’animo oppure è lo spirito sereno a farci godere degli effetti benefici del viaggio? Per Seneca, come sempre, è questione di equilibrio. I luoghi aiutano, ma solo con la compagnia della parte migliore di noi potremmo davvero trasformarli in qualcosa di bello e utile.

Buon viaggio a tutti.

Salvatore Primiceri

* Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

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