riforma-forense(di Giulio Perrotta) La professione forense, dal 2012, non riesce a trovare pace. Il legislatore, per ovviare all’ingente numero di iscritti a Giurisprudenza, nei registri praticanti e negli albi forensi, ha escogitato una serie di trappole burocratiche per rendere la professione una delle più martoriate nella storia italiana, anche con il benestare di determinate classi forensi che non vedono di buon occhio l’arrivo di nuove leve, giovani e maggiormente preparati, capaci magari di scavalcare il professionista diventato tale con un esame molto più semplice.

Paradossalmente, pare faccia più paura un praticante avvocato che debba affrontare un tirocinio di 18 mesi e un esame di 4 prove, 3 scritte (tra pareri e atto) e un orale di 6 materie, che un “furbetto” del diritto che torna dalla Romania o dalla Spagna con il titolo utile per iscriversi come “avvocato stabilito” e dopo 3 anni operare a tutti gli effetti come “avvocato”, senza superare alcun esame di abilitazione.

Diciamocelo chiaramente: l’Italia è il paese dei paradossi, della burocrazia e dell’ipocrisia. Rende la professione forense più complessa e poi?

L’avvocato, appena abilitato, viene pure maltrattato dal complicato sistema fiscale che lo pone a dover pagare in un anno anche 5 mila euro tra IVA, IRPEF e Cassa Forense! Certo, se hai sotto i 35 anni non superi i 2 mila euro; tuttavia, è legittima la domanda: ma un avvocato che comincia la professione, arriva davvero a guadagnare queste somme, tra ritardi di giustizia, clienti svogliati e indebitati, lavoro precario e furbetti che (con la scusa di essere nullatenenti) non pagare l’onorario?

La professione forense è affascinate, diventi operatore del diritto, e poi … ?

Poi… ti tocca essere schiavizzato a poche centinaia di euro se fai parte di uno studio (nei casi fortunati) o devi lavorare “gratis” senza nemmeno un rimborso spese, mentre bestemmi tra gli uffici pubblici e i palazzi di giustizia.

Non c’è che dire: una professione da consigliare al tuo peggior nemico!

Ma venendo al sodo: cosa cambierà effettivamente nella professione forense per tutti coloro che avranno il malsano intento di iscriversi a Giurisprudenza e tentare l’accesso all’avvocatura?

Dal 2012 molti interventi si contano in questo settore, tutti finalizzati a rendere la professione meno agevole per chi sta per entrare e chi prova a galleggiare nel marasma fiscale e giuridico: il Ministero della Giustizia, poi, sta approvando (più o meno) 3 decreti attuativi che modificheranno per sempre l’universo forense già dal 2016.

Vediamoli nel dettaglio:

1) cominciamo dal tirocinio obbligatorio per l’accesso alla professione forense. Il laureando, 6 mesi prima di conseguire la laurea, potrà richiedere di effettuare una prima parte del tirocinio (che ricordiamo resta di 18 mesi); i requisiti richiesti al giovane “esaltato” del diritto saranno: l’obbligo di frequenza dei corsi nei quali la presenza è obbligatoria, la proficua conclusione degli studi universitari, la frequenza dello studio professionale nel quale presta servizio per un tempo non inferiore alle 12 ore settimanali e l’obbligo di frequenza, con profitto e per un periodo non inferiore a 18 mesi (nel complessivo rispetto al tirocinio completo) di corsi di formazione di indirizzo professionale (tenuti da ordini e associazioni forensi). Sarà comunque data la possibilità al tirocinante di effettuare un semestre all’estero, previa deliberazione del Consiglio dell’Ordine Forense di appartenenza. Resta la possibilità per il giovane tirocinante di effettuare altri impieghi, purché non superiori alle 20 ore settimanali, in quanto l’impegno richiesto per il tirocinio validamente effettuato resta comunque di 20 ore settimanali presso l’avvocato (c.d. dominus) nel quale effettua la sua pratica forense, oltre l’obbligo di mantenere un certo numero di presenze nelle udienze giudiziali (almeno 20 di cui 5-10 penali a secondo dell’Ordine), collaborando con lo studio legale di appartenenza per la redazione di atti e pareri. Il tirocinio, nel restante periodo di 12 mesi potrà essere effettuato tramite Ufficio Giudiziario, a condizione che si sia già prestato una prima parte di tirocinio pari ad almeno 6 mesi presso uno studio legale. Nella domanda, si dovrà indicare, inoltre, il punteggio di laurea, la media riportata negli esami indicati all’interno del decreto ministeriale (diritto costituzionale, diritto privato, diritto processuale civile, diritto commerciale, diritto penale, diritto processuale penale, diritto del lavoro, diritto amministrativo, diritto dell’Unione Europea e contabilità di Stato) e qualsiasi altro requisito di professionalità giù presente (come la condotta specchiatissima e illibata!): se la domanda dovesse essere accettata, il tirocinante verrà affiancato ad un magistrato, per il periodo di 6-12 mesi, in base all’eventuale periodo pregresso eventualmente già svolto, per non superare di fatto i 18 mesi complessivi.

2) proseguiamo con le novità riguardanti l’esame di abilitazione. Restano 4 prove: 3 scritte (2 pareri e 1 atto) e 1 orale su 5 materie obbligatorie (civile, penale, procedura civile, procedura penale e deontologia) e 2 a scelta del candidato, tra commerciale, costituzionale, tributario, lavoro, internazionale privato e poche altre. Questo però, salvo slittamenti, dal 2017. Scatta invece l’obbligo dal 2016 per la Commissione Giudicante, l’apposizione negli elaborati dei candidati della succinta motivazione, al fine di chiarire al candidato (ed eventualmente al giudice amministrativo presso il quale quest’ultimo potrebbe inoltrare il ricorso) l’iter logico elaborato; inoltre, l’esame orale consterà di 2 domande per materia, oltre ulteriori quesiti di approfondimento, per un tempo minimo d’esame di 45 minuti. Insomma, il massimo della discrezionalità, alla faccia del rispetto dei principi di trasparenza e uguaglianza dei candidati: si prospettano insomma l’applicazione di criteri soggettivi (tipicamente universitari), nonostante l’ardire del Governo di voler rendere l’esame oggettivo. Qual è la differenza tra oggettivo e soggettivo? Un compito corretto a rispetto multiple non può essere soggettivo: non c’è valutazione della Commissione se non nella correzione dell’elaborato; una valutazione circa la stesura degli scritti e dell’esposizione orale, secondo criteri valutativi di volta in volta diversi a secondo di chi corregge e di chi interroga, permette così l’applicazione di soggettività netta determinata dalla valutazione esclusivamente personale del Commissario. Più discrezionalità di così non si può avere!

3) E non è tutto: sorprese amare ci saranno anche per gli avvocati iscritti all’albo forense (anche se già lo si vive sulla propria pelle dal 2015). I nuovi regolamenti impongono le condizioni minime per restare iscritti: l’esercizio professionale dovrà essere effettivo, continuativo, abituale e prevalente; l’avvocato dovrà avere la Partita Iva attiva (ovvero dovrà effettivamente fatturare), dovrà stabilire il proprio studio in un locale adibito esclusivamente alla professione (pagando le rispettive utenze e affitti qualora non sia di proprietà) e dovrà dotarsi di un’utenza telefonica destinata al solo svolgimento della professione forense e un indirizzo PEC da comunicare al Consiglio dell’Ordine.  Per garantire poi l’effettivo, continuativo, abituale e prevalente esercizio professionale, dovrà trattare almeno 5 affari all’anno, essere in possesso di un’assicurazione a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione e assolvere l’obbligo di aggiornamento professionale, oltre il rispetto degli oneri fiscali derivanti dall’iscrizione praticamente obbligatoria alla Cassa Forense. Insomma, si dovrà chiedere ad amici e parenti di “farsi causa” l’un l’altro per poter dimostrare che la crisi non ha compito il tuo studio legale!

Non c’è che dire: tornerei volentieri ad iscrivermi a Giurisprudenza! Lo consiglio a tutti, amici e nemici …

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