È uscito in questi giorni “Il mare non chiede permesso”, romanzo breve sull’Isola delle Rose e sul sogno di un uomo libero, nuovo libro di Salvatore Primiceri, giurista e filosofo. Disponibile su Amazon, il volume segna il ritorno dell’autore su una vicenda che lo accompagna da anni. Nel 2017, anno della scomparsa dell’ingegnere Giorgio Rosa, Primiceri aveva infatti pubblicato “La libertà del mare”, libro illustrato per bambini ispirato alla storia della celebre piattaforma al largo di Rimini. A distanza di otto anni, sceglie ora di raccontarla a un pubblico adulto, con un testo che si muove tra romanzo e riflessione filosofica, senza intenti celebrativi né ricostruzioni storiche, ma con l’obiettivo di interrogare il lettore sul significato stesso della libertà.
Perché tornare a parlare oggi dell’Isola delle Rose, dopo tanti libri e documentari già usciti?
«Proprio perché se ne è parlato molto, ma quasi sempre in modo parziale. C’è chi l’ha raccontata come una favola romantica, chi come una farsa, chi come una provocazione folkloristica. Io sentivo il bisogno di restituirle spessore, senza mitizzarla e senza ridurla a curiosità. L’Isola delle Rose è una storia che pone domande scomode, e le domande scomode vanno rinnovate nel tempo, altrimenti diventano arredamento.»
Nel 2017 lei aveva scritto “La libertà del mare”, un libro per bambini. Perché oggi un testo per adulti?
«Perché quei bambini oggi sono ragazzi. E perché la libertà, a differenza delle fiabe, non è mai un tema che si esaurisce. Allora sentivo l’urgenza di raccontare questa storia in modo semplice, simbolico, accessibile. Oggi sentivo l’urgenza opposta: scavare, problematizzare, complicare. È lo stesso gesto visto da due età diverse.»
“Il mare non chiede permesso” non è una ricostruzione storica. Perché questa scelta?
«Per rispetto verso la storia, paradossalmente. Esistono già cronologie, saggi, documentari molto accurati. Io non volevo riscriverli male. Ho scelto un’altra strada: raccontare ciò che quella storia significa, non solo ciò che è stata. È un romanzo breve, sì, ma anche una riflessione. Sta a metà tra il racconto e il saggio, volutamente. Perché la vicenda dell’Isola delle Rose non è solo un fatto, è una domanda.»
Una domanda che lei formula esplicitamente: “La libertà è un sogno?”. Cosa intende?
«Intendo chiedermi se la libertà sia qualcosa che si conquista davvero o qualcosa che si insegue. Se sia una condizione o una tensione. L’Isola delle Rose mette in scena questo dilemma in modo quasi brutale: qualcuno prova a rendere concreta un’idea di libertà, e il mondo intorno reagisce con sospetto, paura, ironia, ostilità. È un laboratorio umano, prima ancora che politico.»
Nel libro emerge una forte fascinazione per la figura di Giorgio Rosa. Che rapporto ha con lui?
«Non l’ho mai conosciuto personalmente. L’ho immaginato. E ho stimato il suo coraggio. Io sono un uomo di pensiero, di parole, di diritto. Lui è stato un uomo di gesto. Non necessariamente aveva ragione su tutto, ma ha osato. E io ho una profonda ammirazione per chi osa senza violenza, senza distruggere, ma costruendo.»
Il libro è dedicato proprio a Rosa e alla sua famiglia.
«Sì. Perché quella non è solo una storia pubblica, è anche una storia privata, umana. Dietro l’ingegnere c’era un uomo, un marito, un padre. E io ho avuto la fortuna di conoscere suo figlio Lorenzo, di vedere la sua commozione durante la presentazione del mio primo libro. Quella commozione mi ha responsabilizzato.»
Il libro è accompagnato anche da una canzone, “L’Isola delle Rose (Il mare non chiede permesso)”, realizzata con la band Lettera VII. Perché ha sentito il bisogno di affiancare la musica al racconto?
«Perché alcune storie chiedono più di un linguaggio. Scrivendo, mi sono accorto che certe immagini, certi passaggi, certe domande avevano una forza emotiva che non voleva restare solo sulla pagina. La musica non spiega, ma arriva. E l’Isola delle Rose è una storia che va sentita, oltre che capita. La canzone nasce dallo stesso impulso del libro: non lasciare che questa vicenda resti muta.»
Che rapporto c’è tra il romanzo e la canzone?
«Non è una trasposizione e non è un riassunto. È una risonanza. La canzone riprende lo spirito del libro, non la trama. Parla di coraggio, di gesto, di libertà, di idee che non affondano. È una sorta di colonna sonora ideale: accompagna, non commenta. Chi ha letto il libro ritroverà delle atmosfere, chi ascolta la canzone magari sarà incuriosito a leggere.»
Perché secondo lei è importante, oggi, rinnovare la memoria dell’Isola delle Rose?
«Perché è una storia che non invecchia. Cambia contesto, ma non cambia senso. Parla di libertà, di potere, di paura, di immaginazione. E parla anche di noi: di quanto siamo pronti a difendere la libertà quando non è solo una parola, ma un fatto. Ogni epoca ha le sue “isole delle rose”, anche se non galleggiano in mare.»
Nel libro lei scrive anche della paura della libertà, non solo del desiderio.
«Sì, perché è un aspetto spesso rimosso. Tutti dicono di amare la libertà, ma pochi la tollerano davvero. Quando qualcuno esce dagli schemi, scatta subito il sospetto: “ci sarà sotto qualcosa”, “non è possibile che sia solo questo”. È un meccanismo psicologico potente, e l’Isola delle Rose lo ha mostrato in modo esemplare.»
A chi si rivolge questo libro?
«A chi non si accontenta delle versioni semplici. A chi ama le storie che non chiudono, ma aprono. A chi sente che la libertà non è una conquista definitiva, ma un esercizio quotidiano. E anche a chi, magari in silenzio, ha sempre guardato con ammirazione i gesti coraggiosi degli altri.»
Possiamo definirlo un romanzo politico?
«No, e ne sono contento. È un romanzo umano. La politica c’è, ma come conseguenza, non come bandiera. Io non do soluzioni, non indico strade, non faccio propaganda. Faccio quello che so fare: pongo domande.»
In una frase: perché leggere oggi “Il mare non chiede permesso”?
«Perché ci ricorda che la libertà non è comoda. E che forse, proprio per questo, vale ancora la pena di cercarla.»
(Intervista realizzata da Stefano Bassi per LAltraPagina.it)


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