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di Avv. Giovanni Reho e Avv. Marco D’Andrea – Con la recente ordinanza n. 15987 del 15 giugno 2025 la Suprema Corte torna a fare chiarezza su un principio fondamentale del diritto civile e del lavoro: la presunzione di conoscenza degli atti giuridici.

Il caso in esame riguarda un dipendente pubblico licenziato dal proprio Comune per inidoneità assoluta e permanente al servizio. La lettera di recesso, regolarmente recapitata all’abitazione del lavoratore, fu ricevuta dalla madre convivente.

In ragione del tenore destabilizzante della comunicazione, quest’ultima, mossa da un intento protettivo, tenuto conto peraltro della precarietà dello stato psico-fisico del figlio, decise di non comunicargli immediatamente l’arrivo della lettera.

Il dipendente, venuto a conoscenza del documento solo in un secondo momento, impugnò il licenziamento oltre i termini previsti.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano rigettato il ricorso, dichiarando la decadenza del diritto ad agire in giudizio per superamento dei termini. Il lavoratore si è quindi rivolto alla Corte di cassazione, sostenendo che l’omessa consegna dell’atto da parte della madre aveva di fatto reso impossibile la sua tempestiva conoscenza dell’atto.

La Cassazione, nel confermare la decisione dei giudici di merito, ha ribadito alcuni principi fondamentali che trovano la loro origine nell’ articolo 1335 del codice civile.

Secondo la citata previsione normativa una dichiarazione diretta a una determinata persona “si reputa conosciuta nel momento in cui giunge all’indirizzo del destinatario”. Questo significa che il diritto non richiede la conoscenza effettiva dell’atto, ma si accontenta della sua conoscibilità.

Come ha chiarito la Suprema Corte, questa equivalenza giuridica tra conoscenza e conoscibilità si fonda su un principio di ragionevolezza: se un atto arriva regolarmente al domicilio del destinatario, è ragionevole presumere che questi ne venga a conoscenza. Tale presunzione tutela la certezza dei rapporti giuridici, evitando che i termini processuali possano essere indefinitamente sospesi per circostanze soggettive del destinatario.

La presunzione di conoscenza non è però assoluta. L’articolo 1335 c.c. prevede, infatti, che il destinatario possa dimostrare “di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia”. Tuttavia, come ha precisato la Cassazione, questa prova contraria deve riguardare “circostanze che attengano non alle condizioni soggettive del ricevente, bensì a fattori esterni ed oggettivi”.

In altre parole, non basta dimostrare di non aver saputo dell’arrivo dell’atto per ragioni personali o familiari. È necessario provare l’esistenza di impedimenti oggettivi, estranei alla volontà del destinatario, che abbiano reso impossibile la conoscibilità dell’atto.

Nel caso specifico dell’ordinanza n. 15987/2025, la Corte ha escluso che il mancato avviso da parte del familiare convivente che aveva ricevuto la lettera di licenziamento potesse integrare quell’evento eccezionale ed estraneo alla volontà dell’interessato idoneo a consentire il superamento della presunzione. Secondo i giudici di legittimità, tale circostanza costituisce invece “un elemento elettivo rientrante nella sfera di controllo del destinatario”, non configurando quindi un impedimento oggettivo alla conoscibilità.

Analogamente, la Corte ha precisato che “l’intento protettivo del familiare volto ad evitare comunicazioni destabilizzanti al lavoratore, unitamente alla pretesa volontà di questi di riprendere il lavoro, rappresenta una circostanza soggettiva non idonea a vincere la presunzione di conoscibilità”. Anche il precario stato psicofisico del lavoratore non incide sulla valutazione della conoscibilità dell’atto quando questo sia regolarmente pervenuto al domicilio.

Questo principio si basa sull’assunto che ciascuno è responsabile dell’organizzazione della propria sfera domiciliare e delle persone che vi hanno accesso. Chi sceglie di convivere con familiari o di delegare ad essi la ricezione della corrispondenza assume il rischio delle loro decisioni, anche quando queste sono dettate da buone intenzioni.

In definitiva, la presunzione di conoscenza degli atti recettizi costituisce un pilastro del sistema giuridico che non può essere facilmente derogato. La sua funzione di garantire certezza ai rapporti giuridici e prevedibilità alle conseguenze delle azioni umane rimane fondamentale per il funzionamento ordinato della società.

Milano 22 agosto 2025

Avv. Giovanni Reho

Avv. Marco D’Andrea

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