È da poco disponibile nella collana Paradoxa Filosofia di Amazon il volume di Salvatore Primiceri, Pensare con i gatti. Filosofia, letteratura e vita condivisa, un’opera che si colloca in modo originale nel panorama della saggistica filosofica contemporanea. L’autore propone un percorso attraverso venticinque figure del pensiero e della letteratura, assumendo il gatto come presenza critica e dispositivo di decentramento filosofico.
Nel panorama contemporaneo della filosofia divulgativa, sempre più spesso attraversato da tentazioni aneddotiche o da derive motivazionali, Pensare con i gatti si distingue per una scelta metodologica netta: assumere il gatto non come oggetto di contemplazione sentimentale, né come semplice pretesto narrativo, ma come figura critica del pensiero. Il libro costruisce, attraverso venticinque ritratti di filosofi, scrittori e intellettuali, una costellazione in cui il gatto agisce come dispositivo di decentramento, come presenza capace di mettere in crisi l’antropocentrismo, la sovranità del soggetto e la pretesa della ragione di occupare naturalmente il centro della scena.
Non si tratta di un catalogo di citazioni felinofile, né di una storia culturale dell’animale domestico. L’operazione è più sottile e, per certi versi, più radicale: il gatto viene assunto come contro-figura dell’umano, come presenza che obbliga il pensiero a misurarsi con ciò che non si lascia pienamente concettualizzare, addomesticare o giustificare. In questo senso, il libro si colloca in una linea che va da Montaigne a Derrida, da Nietzsche a John Gray, ma senza mai trasformare il gatto in simbolo allegorico o in maestro morale.
Il primo capitolo, dedicato a Montaigne, stabilisce subito il tono: il celebre interrogativo su chi stia davvero “passando il tempo” con chi apre una fenditura nel rapporto tra soggetto e oggetto, osservatore e osservato. Da qui in avanti, ogni autore è letto attraverso la lente di una relazione — reale o concettuale — con il gatto, che diventa occasione per interrogare temi centrali: l’alterità, la solitudine, l’istinto, la forma di vita, lo sguardo, l’abitare, la libertà, la cura.
In Schopenhauer il gatto incarna l’indipendenza della volontà non addomesticata; in Nietzsche diventa figura di una fedeltà alla vita non mediata dalla morale; in Wittgenstein, presenza che mette alla prova i limiti del linguaggio; in Sartre, sguardo non umano che espone il soggetto senza offrirgli ruoli; in Bachelard, abitante poetico della casa; in Derrida, evento che destabilizza la tradizione filosofica occidentale sull’animale; in Russell, modello di una serenità non ossessivamente autoriflessiva; in Benjamin, creatura di soglia; in Colette e Neruda, compagno di una temporalità e di una gioia non produttive; in Gray, confutazione vivente delle illusioni umanistiche.
Accanto ai filosofi in senso stretto, la presenza di figure come Gautier, Dumas, Twain, Monica Edwards, Elizabeth Peters, Freddie Mercury o Fernand Méry non produce un abbassamento di livello, ma un allargamento del campo. Il libro mostra con coerenza che il pensiero non abita solo nei trattati, ma anche nelle vite, nelle posture, nei gesti quotidiani. Questa scelta, lungi dall’essere eclettica, è metodologicamente forte: restituisce alla filosofia una dimensione incarnata, situata, non accademica, ma non per questo meno rigorosa.
Uno dei meriti principali del volume è la sobrietà del tono. Il gatto non viene mai idealizzato, né trasformato in figura salvifica. Non consola, non redime, non promette. Sta. E proprio questo stare, ripetuto come un refrain silenzioso, diventa la vera lezione filosofica. Il libro rifiuta sia la retorica dell’animale come “migliore dell’uomo”, sia quella dell’animale come semplice oggetto di cura. Il gatto resta altro, e in questa alterità si apre uno spazio critico: pensare senza possedere, osservare senza dominare, convivere senza assimilare.
Particolarmente riuscita è la postfazione, in cui il discorso si sposta sul piano giuridico, sociale e psicologico contemporaneo. Qui il gatto entra nel diritto, nella città, nella terapia, nei luoghi condivisi, senza perdere la propria irriducibilità. Il tema della libertà — intesa non come valore astratto, ma come pratica minima e situata — trova una formulazione matura: il gatto non insegna la libertà come ideale, la rende abitabile. È una chiusura coerente con tutto il percorso del libro, che evita sia il moralismo sia l’entusiasmo ingenuo.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura è discorsiva, controllata, priva di compiacimenti. Non c’è mai l’impressione di una forzatura interpretativa: il gatto non viene piegato ai sistemi, ma lasciato agire come presenza che illumina senza spiegare. In questo senso, il libro riesce in un’operazione difficile: parlare di animali senza antropomorfizzarli, parlare di filosofia senza irrigidirla.
Pensare con i gatti non è un libro “sui gatti” e non è un libro “di filosofia” nel senso scolastico del termine. È, più propriamente, un esercizio di decentramento: un invito a pensare a partire da ciò che non chiede di essere pensato, a guardare il mondo da una posizione laterale, obliqua, non sovrana. In un tempo che continua a rimettere l’uomo al centro anche quando finge di criticarlo, questo gesto ha un valore teorico non trascurabile.
Non si esce da questo libro con una dottrina, né con una morale. Si esce con una postura leggermente spostata. E forse, oggi, è già molto.
Stefano Bassi


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