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Nel 2005 uscì un romanzo, Glennkill di Leonie Swann. Quest’anno è uscito un film tratto da questo romanzo con un cast stellare e dei messaggi importanti, sto parlando di “Pecore sotto copertura”. Un film che doveva uscire nelle sale a Febbraio ma che è stato posticipato a Maggio per venire incontro al pubblico anche se si trova in questo momento nelle nostre sale italiane ad avere due competitor importanti “Il diavolo veste Prada 2” e “Michael”; dalla settimana prossima si aggiungerà l’atteso nuovo film del franchise di Star Wars.

Nel cast troviamo come primo protagonista Hugh Jackman che nei panni del semplice ma profondo George ci conquista fin dal primo momento per la sua straordinaria empatia, più con le pecore con le quali armoniosamente vive che con i bizzarri abitanti del paese vicino, Denbrook. George ha un’abitudine la sera, quella di raccontare una favola della buonanotte alle sue pecore prima di dargli la buonanotte, queste favole altro non sono romanzi gialli che lui legge ad alta voce soffermandosi sui punti chiave. Le pecore sono attente ai racconti e quando un giorno George viene trovato morto davanti alla sua roulotte in circostanze misteriose le pecore stesse diventeranno detective nel capire chi ha ucciso il loro caro padrone. Fondamentale sarà l’inesperto agente di polizia Tim Derry (interpretato da Nicholas Braun) che seguirà il caso e durante le indagini dello stesso avrà una grande evoluzione personale.

Con una buona regia e un’ottima sceneggiatura, Pecore sotto copertura è una di quelle opere cinematografiche di grande valore dove il medium del cinema diventa racconto, critica e arte nella medesima opera. La trama segue quella del racconto giallo classico dove abbiamo l’omicidio, i sospettati, i  colpi di scena e la risoluzione finale del caso con l’ultimo plot-twist che ci lascia quasi di stucco.  Non manca la commedia (non dimentichiamo che dal suo trailer sembra più una commedia questa pellicola che altro perché viene esaltato il ruolo delle pecore investigatrici), una commedia dove ci sono i momenti di sorriso ma sono anche costellati da diverse riflessioni.

Le pecore diventano così una metafora, anche della società, hanno la memoria breve e si dimenticano di qualcosa quando questo fatto è scomodo o spiacevole. Questa loro dimenticanza selettiva viene però contrastata da alcune di loro, le più coraggiose che invece decidono di sovvertire le cose e di indagare. Nel farlo sono pasticcione a volte, altre diventano quasi drammatiche e ti ritrovi in qualche sequenza quasi con gli occhi umidi e dentro di te pensi che ti stai commuovendo per una pecora, però questa riesce a restituirti in questa storia un’umanità e un’empatia maggiore di quella che viene data dai personaggi umani presenti salvo qualche piccola eccezione.

Un invito velato, ma neanche troppo a decidere singolarmente, con la propria testa e di proseguire verso la strada di ciò che è giusto senza voltare la testa dall’altra parte quando questo diventa troppo scomodo o doloroso da affrontare.

Messua Mazzetto

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