Shu Qi torna al cinema dal 23 Aprile con il film Resurrection (premio speciale della giuria a Cannes), dove torna in veste di attrice. Resurrection è stato visto in anteprima italiana allo scorso Torino Film Festival dove aveva ottenuto una buona accoglienza dal pubblico. Si tratta del nuovo lavoro di Bi Gan, uno tra gli autori visionari e più attesi all’interno del cinema orientale contemporaneo.
Ambientato in un tempo imprecisato, Resurrection ci porta in una dimensione dove rinunciare ai sogni vuol dire poter vivere per sempre. Vi sono però degli individui in grado di continuare a sognare … Un viaggio tra poesia visiva, memoria e genere fantascientifico.
Torniamo a lei, a Shu Qi che ho avuto la possibilità di incontrare e di intervistare assieme ad altri giornalisti in una roundtable durante il Festival del cinema di Venezia per il suo esordio alla regia con il film Nu-hai (Girl).
La stessa storia di Shu Qi sembrerebbe una sceneggiatura perfetta per un film, nasce a Taipei nel 1976 e dopo un’infanzia non proprio rosea e una fuga di casa cerca fortuna come fotomodella ed attrice. I suoi esordi sono nella categoria III (i film vietati ai minori, secondo la censura di Hong Kong), film minori che però aprono la strada a Shu Qi che vedrà la sua carriera aprirsi grazie al film Viva Erotica che le porterà i primi premi e riconoscimenti. Da lì in poi è una continua ascesa, e qui arriviamo a Nu-hai (Girl), un film intimo, che sembra quasi ispirarsi alla stessa vita dove ritroviamo ritratti di donne che cercano di scappare dai dogmi e dalle costrizioni invisibili che vengono spesso dettate dalla famiglia e dalla società.
- Nu-hai ha dei riferimenti alla tua vicenda personale? Il rapporto con la tua famiglia era simile a quello che vediamo nel film attraverso la protagonista?
Non era un rapporto facile. Dovevo sempre essere molto attenta in casa alle reazioni. Ogni volta che sentivo la moto di mio padre tornare a casa la sera, il cancello aprirsi al piano di sotto ero terrorizzata, scappavo a nascondermi. Penso che crescere in quel tipo di ambiente mi abbia senza dubbio influenzata e mi abbia di conseguenza reso una persona estremamente sensibile.
- Oggi com’è il rapporto con la tua famiglia?
Rispetto al passato va meglio , i rapporti sono più distesi. Ci tenevo però a far entrare tutto quel bagaglio emotivo nella mia prima opera come regista per condividere con più persone possibili la mia esperienza.
- Com’è stato passare da attrice a regista?
Faccio l’attrice da quasi (ride) trent’anni ormai però raccontare storie è sempre stata una mia passione. Attraverso l’esperienza di far parte di giurie di festival cinematografici questo mio desiderio creativo di raccontare è cresciuto esponenzialmente e mi ha spinto a scrivere la sceneggiatura di Nu-hai e successivamente il desiderio di volerlo anche dirigere, è un progetto intimo e volevo accompagnarlo fino in fondo in tutte le sue fasi.
- Quali sono le scene più significative per te in questo film, quelle che ti hanno emozionata maggiormente?
Direi quella del cancello dove la figlia arriva ad affrontare apertamente la madre chiedendole di divorziare e poi anche quando la madre manda via la figlia con la stessa borsa con la quale era stata cacciata dal padre. Dare via la borsa è qualcosa di orribile, di bruttissimo. Gettarla via, come a voler gettare via anche la figlia stessa. Il fatto che poi il gesto sia accompagnata dalla frase “Vai, vivi la tua vita. Non tornare più” ci mostra una ferita ancora aperta, che a volte viene , purtroppo, tramandata di generazione in generazione.
Vi parlerò nuovamente di cinema orientale a breve , in occasione del Far East Film Festival di Udine che si svolgerà dal 24 Aprile al 2 Maggio.
Messua Mazzetto


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