renzieu(di Andrea Sirotti Gaudenzi) – Tradizionalmente, il nostro popolo è sempre stato poco incline allo studio delle lingue straniere. C’era un tempo in cui il latino era la lingua ufficiale per i popoli sottomessi da Roma e da allora, probabilmente, gli italiani hanno ritenuto di poter contare su una sorta di supremazia linguistica confermata -nel ventennio fascista- dall’impostazione autarchica di chi intendeva ripristinare l’affermazione di una romanità oramai superata (e forse tenuta in vita solo dal potere temporale della Chiesa).

Nel corso dei secoli, il Rinascimento italiano e la superiorità dell’arte del Bel Paese diedero una conferma a quanti ritenevano che l’Italia dovesse essere al centro del mondo. E, in effetti, l’italiano era ancora la lingua della cultura, quando Mozart scrisse la «trilogia italiana» utilizzando i libretti di Lorenzo Da Ponte. Anche i giganti delle sette note ritenevano che la nostra lingua (seppur frammentata in mille dialetti) fosse la migliore tra quelle che si potessero accompagnare alla musica. Si sa, però, che oggi siamo costretti ad utilizzare l’inglese nei consessi internazionali. E la nostra classe dirigente, come ampiamente noto, non è mai stata particolarmente attenta alla lingua degli isolani d’oltremanica. La conferma viene dal recente intervento dell’attuale premier, che, con improvvisazioni tipiche del teatro dell’arte e, se vogliamo, del grammelot rilanciato da Dario Fo, ha intrattenuto ospiti internazionali su temi degni del migliore zibaldone salottiero. Ci si era lamentati della cattiva pronuncia di Silvio Berlusconi durante il discorso svolto presso il Congresso americano nella primavera del 2006. Ai tempi, però, il fondatore del «centrodestra all’italiana» era stato interrotto da applausi (non sempre sinceri, lo si ammette). Matteo Renzi e le sue funamboliche espressioni, invece, sono state interrotte da risate fragorose. Forse, peggio di lui, nell’ultimo secolo aveva fatto solo Benito Mussolini, in un discorso fatto nella lingua di quella che ai tempi era la «perfida Albione» nel marzo del 1929, ancora consultabile in un raro filmato diffuso in rete. Mussolini, però, parlava bene sia il francese che il tedesco. Inoltre, si dice che il duce non avesse difficoltà a confrontarsi con Winston Churchill (a scanso di equivoci, chi scrive ha avuto due nonni che hanno partecipato alla Resistenza).
Non mi unisco, però, al coro di dissensi: troppo facile condannare Renzi per aver condito il suo intervento con innesti di lingua aliena. Del resto, come ci ha insegnato la nostra storia, l’importante è farsi capire… Sconcertante, invece, è il fatto che il nostro Presidente del Consiglio non si fosse preoccupato di preparare meglio il discorso a tutela dell’italica creatività. Basti dire che Meucci è stato definito semplicisticamente «a very good italian». In realtà, Antonio Meucci non era tanto un buon italiano (e non lo dico per i frequenti accessi alle carceri fiorentine per motivi di donne), quanto un grande italiano, capace di fare del suo genio un esempio per tutti. E la confusione del premier sulla sventurata vicenda che consegnò a Alexander Graham Bell e non a Meucci la titolarità del brevetto (definito erroneamente nel corso del discorso copyright prima e license poi) fa ben capire quanto la politica sia ancora molto lontana rispetto alla tutela dell’unica vera ricchezza del nostro Paese: la proprietà intellettuale. Forse, di fronte ad una platea internazionale, sarebbe stato il caso di approfondire il concetto, pur se con l’inglese claudicante che ricordava Nando Mericoni nell’immortale interpretazione di Alberto Sordi, con concetti un po’ più chiari, da non interrompere sul più bello dall’italica chiamata alle armi a quello che è il più grande interesse dei politici italiani (e questo lo hanno ben capito all’estero): il lunch time…

Andrea Sirotti Gaudenzi

Comments

comments