Che cos’è un vero amico? Perché alcune amicizie resistono al tempo e alle difficoltà, mentre altre si dissolvono quando viene meno un interesse comune? E fino a che punto è giusto assecondare un amico, soprattutto quando ci chiede qualcosa che riteniamo sbagliato?
Sono domande antiche, ma tutt’altro che superate. A interrogarvisi fu anche Marco Tullio Cicerone nel Laelius de amicitia, dialogo filosofico composto nel 44 a.C. e ambientato nel 129 a.C., nel quale Gaio Lelio, dialogando con Gaio Fannio e Quinto Mucio Scevola, rievoca l’amicizia con Scipione Emiliano e sviluppa una riflessione sulla natura e sul valore di uno dei più importanti legami umani.
A quest’opera è dedicato il nuovo volume di Salvatore Primiceri, L’Amicizia di Cicerone spiegata capitolo per capitolo, un lavoro di oltre settecento pagine che propone il testo dell’opera accompagnandolo con un commento sistematico delle sue centoquattro sezioni.
L’obiettivo è avvicinare il lettore contemporaneo a Cicerone senza trasformare il classico in un testo riservato agli specialisti. Ogni passaggio diventa così occasione per ricostruire il ragionamento dell’autore, chiarirne i riferimenti storici e filosofici e, soprattutto, interrogarsi sull’attualità delle questioni affrontate.
Al centro del De amicitia vi è un’idea destinata ad attraversare i secoli: la vera amicizia non nasce dall’utilità. Cicerone rifiuta la concezione secondo la quale cercheremmo gli amici principalmente perché abbiamo bisogno di qualcosa che da soli non siamo in grado di procurarci. I vantaggi possono certamente derivare dall’amicizia, ma ne sono una conseguenza, non la causa. Il legame autentico nasce invece dalla benevolenza e dal riconoscimento della virtù nell’altro.
È proprio questo uno degli aspetti che rende il testo sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea. Cicerone si interroga sulla sincerità dei rapporti, sulla reciprocità, sulla capacità di sostenersi nelle difficoltà, ma anche sui conflitti che possono mettere alla prova un’amicizia: il denaro, l’ambizione, il potere, la divergenza degli interessi e persino le differenti convinzioni politiche.
E pone un limite molto netto. Essere amici non significa essere complici. Non si può chiedere a un amico di compiere qualcosa di disonesto in nome dell’amicizia, così come non è lecito giustificare un comportamento ingiusto sostenendo di aver agito per aiutare qualcuno a cui si vuole bene.
Particolarmente attuali sono anche le pagine dedicate alla sincerità e all’adulazione. Il vero amico, nella prospettiva ciceroniana, non è colui che approva sempre. È anche colui che possiede il coraggio di ammonire, mentre chi riceve la critica deve avere la maturità necessaria per ascoltarla. L’adulatore fa esattamente il contrario: sostituisce alla verità ciò che l’altro desidera sentirsi dire.
Ne deriva una concezione dell’amicizia tutt’altro che consolatoria o sentimentale. Volere bene a qualcuno significa anche contribuire al suo miglioramento morale, senza trasformare la benevolenza in accondiscendenza.
Non è forse casuale che il Laelius de amicitia sia tornato recentemente all’attenzione di un pubblico molto vasto: proprio un passo dell’opera, dedicato alla natura non utilitaristica dell’amicizia, è stato scelto per la seconda prova di latino della maturità classica del 2025.
Ma è soprattutto nel finale che la riflessione filosofica di Cicerone acquista un tono profondamente umano. Il lungo discorso di Lelio ritorna infatti alla persona dalla quale aveva preso le mosse: Scipione, l’amico morto.
Il ricordo della vita trascorsa insieme — l’impegno politico, i consigli nelle questioni private, i viaggi, il servizio militare, la vita in campagna e il comune desiderio di conoscere e apprendere — diventa la prova concreta di tutto ciò che Lelio ha affermato sull’amicizia. La morte ha sottratto Scipione alla sua presenza, ma non ha cancellato il bene condiviso: la memoria continua anzi ad alimentarlo.
È qui che un trattato scritto più di duemila anni fa sembra parlare con particolare immediatezza al presente. In un’epoca nella quale la parola «amicizia» viene utilizzata con estrema facilità e le relazioni possono moltiplicarsi senza necessariamente diventare più profonde, Cicerone invita a tornare all’essenziale: scegliere con attenzione le persone alle quali affidarsi, essere sinceri con loro, non misurare continuamente ciò che si dà e ciò che si riceve, condividere il bene e restare capaci di dire la verità.
Il nuovo volume di Primiceri nasce precisamente con l’intento di accompagnare il lettore dentro questa riflessione, seguendo Cicerone passo dopo passo e lasciando emergere dal testo antico domande che appartengono ancora alla nostra esperienza quotidiana.
Perché alla fine del suo lungo ragionamento Lelio stabilisce una gerarchia semplicissima: al primo posto viene la virtù, senza la quale non può esistere autentica amicizia. Ma, fatta eccezione per la virtù, nulla è più prezioso dell’amicizia.
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