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cover_robertobonfanti_aliceUscito un mese fa per le Edizioni Del Faro, Alice è il nuovo romanzo di Roberto Bonfanti, scrittore lombardo giunto qui al suo quarto romanzo.

Dopo aver recensito il libro (http://www.laltrapagina.it/mag/alice-di-roberto-bonfati-la-recensione-de-laltrapagina/) noi de L’AltraPagina siamo riusciti a scambiare quattro chiacchiere con l’autore per discutere di Alice, di rapporti a distanza e del futuro, ecco quello che ci siamo detti:

1. Iniziamo parlando di Alice, il tuo ultimo romanzo, c’è qualche elemento autobiografico all’interno delle vicende raccontate nel libro?
Sicuramente è un romanzo in cui, a livello emotivo, ho messo molto di me: molte delle riflessioni dei protagonisti mi appartengono al 100% e la simbologia che accompagna il rapporto fra Alice e Francesco è qualcosa che sento molto mio. Però credo che il romanzo debba vivere di vita propria e che debba essere il lettore a dare a quei simboli una propria chiave di lettura, per cui quelli che sono i miei significati personali preferisco tenerli per me.

2. I due protagonisti hanno occupazioni molto diverse: lei insegnante, lui musicista inquieto, con questa scelta hai voluto creare una contrapposizione di due mondi (una tranquillo, più pacato e borghese) l’altro più irrequieto (locali, tour e un po’ bohémien) che sembravano non doversi incontrare mai ma poi… o c’è dell’altro?
Io credo che Alice e Francesco siano due personaggi con una sensibilità molto simile e che abbiano entrambi il vizio di farsi un sacco di domande e di cercare, in qualche modo, di fuggire da se stessi o dal resto del mondo. Poi, certo, da un certo punto della loro vita in avanti, forse finiscono con cercare risposte seguendo percorsi, sotto certi aspetti, opposti. Ma forse questo finisce con l’arricchire ulteriormente il loro rapporto e rafforzare il loro bisogno di rispecchiarsi l’uno nell’altro e cercarsi in modo ancora più profondo.

3. La struttura del romanzo è molto particolare, sembra che racconti la stessa storia da due angolazioni parallele: prima lui, poi lei, poi di nuovo lui e così via… con pochissime parti “di contatto” tra i due personaggi, puoi raccontarci qualcosa di più su questa particolare scelta stilistica?
In origine volevo raccontare la storia solo con la voce di Alice. Ho lavorato per parecchio tempo in quella direzione, riscrivendo il romanzo un sacco di volte, ma avevo sempre la sensazione che mancasse qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco. E’ stata una mia carissima amica, dopo aver letto una delle stesure del manoscritto, a farmi capire che ciò che mancava costantemente era la voce di Francesco e che, per dare equilibrio al romanzo, serviva anche la sua sensibilità. Poi in realtà la storia vera e propria la racconta comunque Alice: è lei che tira i fili della narrazione nel modo più ordinato e fa capire al lettore cosa sta davvero succedendo. Quelle di Francesco sono semplicemente delle incursioni molto dirette e brucianti che, in apparenza, credo creino anche un po’ di scompiglio. Però penso fosse necessaria anche quella voce, per far capire davvero al lettore lo strano rapporto fra questi due soggetti.

4. Ogni capitolo inizia con dei numeri in alto a sinistra, cosa significano?
Ad un certo punto del romanzo Francesco fa una riflessione sul fatto che tutti, in un modo o nell’altro, cerchiamo di misurare il nostro tempo (qualcuno lo fa semplicemente pensando a quanto manca al prossimo week-end o alle prossime ferie; qualcuno pensando a scadenze lavorative e qualcun altro ad anniversari o compleanni, per esempio). Ecco: quei numeri sono la misura dello scorrere del tempo dei due protagonisti. Mi serviva anche per dare al lettore un qualche riferimento temporale. Per riallacciarci al discorso di prima: anche in questo caso, i capitoli di Alice molto ordinati e rappresentano praticamente un conto alla rovescia verso la fine del romanzo. Francesco invece getta i suoi ricordi fra le pagine un po’ alla rinfusa, contando i giorni trascorsi da quella che
lui reputa l’inizio della storia: l’ultimo incontro, dodici anni prima, fra lui e Alice.

foto_roberto_bonfanti_25. In uno degli ultimi capitoli c’è un riferimento alle vicende del generale messicano Santa Ana, come hai pensato ad una tale similitudine con le vicende narrate, ripescando un personaggio quasi sconosciuto in Italia?
Come dice anche Francesco nel romanzo: io non ho mai amato la retorica di cui sembra essere intrisa la storia americana, però l’immagine di questo piccolissimo manipolo di disperati che allestiscono un forte improvvisato per cercare di fermare l’avanzata di un intero esercito, mi ha sempre ispirato una certa simpatia. Sarà che ho sempre avuto un debole per i personaggi irrisolti e le battaglie senza speranza. Per onestà devo dire che anche il professor Vecchioni aveva usato in passato, anche se in modo diverso, un riferimento simile in una sua canzone. Mi sembrava un’immagine che rende bene l’idea di ciò che Francesco sente in quel momento. Forse avrei potuto fare lo stesso gioco facendo riferimento ad altri elementi più vicini alla nostra storia, ma quando ho
letto che l’ostacolo più duro per l’esercito messicano nell’avanzata verso il campo di battaglia è stata una tempesta di neve (elemento che si riallacciava benissimo al mio romanzo) ho capito che poteva essere il paragone giusto.

6. I due personaggi costruiscono una sorta di rapporto a distanza, credi che sia possibile un relazione a distanza così profonda anche nella vita reale?
Secondo me sì. Anzi, mi sto sorprendendo del fatto che mi sono già capitate diverse persone che, dopo aver letto il romanzo, mi hanno raccontato di aver rivisto nel rapporto fra Alice e Francesco qualche analogia con qualcosa che è successo in passato anche a loro. Sarà che la mente umana tende comunque a proiettare il proprio vissuto su ciò che legge. Certo, tenere vivo un rapporto di così forte tenerezza per così tanto tempo forse è la cosa più difficile: credo serva una purezza assoluta, e forse questo è l’elemento più raro. Ma non credo sia impossibile.

7. Molte delle vicende narrate vedono i due protagonisti vivere la loro “storia” via telefono o SMS; quanto credi che i moderni mezzi di comunicazione abbiano cambiato il modo in cui le persone vivono i propri sentimenti e le proprie storie?
Sicuramente l’hanno cambiato. Non credo che la tecnologia possa snaturare i sentimenti: probabilmente Alice e Francesco sarebbero stati Alice e Francesco anche se fossero nati 15 anni prima (e magari si sarebbero scritti delle lunghissime lettere) oppure 15 anni dopo in piena era “social”. Però sicuramente i mezzi condizionano lo sviluppo dei rapporti. Anche se qui forse servirebbe un trattato di sociologia per approfondire l’argomento.

8. Pensi possa esserci un seguito del romanzo? Infatti la vicenda di Alice sembra arrivare all’epilogo ma quella di Francesco resta in qualche modo in sospeso…
Non credo. Poi del futuro non c’è mai certezza: magari fra dodici anni mi verrà voglia di raccontare che fine avranno fatto Alice e Francesco a distanza di tanto tempo. Però al momento un seguito non è assolutamente nei miei pensieri. Tutto sommato anche il senso di incompiuto di Francesco credo rientri nel personaggio ed è comunque un elemento che lascia al lettore un minimo di libertà di interpretazione sul finale.

9. Recentemente hai partecipato ad una lettura pubblica/confronto sul tuo romanzo nel carcere di San Vittore, come è nata quest’idea e che resoconto puoi farci dell’iniziativa?
E’ nata da una promessa: avevo già presentato lì alcuni dei miei romanzi precedenti e, per un paio di anni, sono stato responsabile di un progetto che aveva l’obiettivo di far scoprire ai detenuti la musica d’autore italiana, anche grazie al coinvolgimento diretto di diversi artisti. Quando quel progetto, che per me è stato qualcosa di importante, si è interrotto, avevo promesso che sarei comunque tornato a presentare i miei successivi romanzi. L’incontro è stato davvero bello, anche perché avevo fatto recapitare già ai detenuti alcune copie del libro, per cui è stato molto interessante sia vedere le reazioni alle mie letture che raccogliere le impressioni di chi il romanzo aveva già avuto modo di leggerlo. Sono rimasto davvero stupito dall’affetto e dall’attenzione con cui io, la mia storia e i miei personaggi siamo stati accolti e ovviamente, sul piano umano, anche io ne sono uscito arricchito. Il carcere è un ambiente durissimo ma spesso, come in tutti gli ambienti in cui ci sono persone che soffrono, vi si possono scoprire delle sacche di umanità assoluta e una voglia enorme di confrontarsi e ascoltare.

foto_roberto_bonfanti10. Oltre all’incontro a San Vittore, hai tenuto e terrai altri eventi in circoli e librerie “incontri brevi e brucianti, fuori dagli schemi delle classiche presentazioni letterarie”, ovvero? Come si svolgono questi meeting tra te e i tuoi lettori?
Nei locali (o comunque dove la situazione tecnica lo permette) il più delle volte mi faccio accompagnare da un musicista con una chitarra elettrica distorta che crea un tappeto sonoro molto inquieto, dando vita a un vero e proprio spettacolo “rock”. Nelle librerie (o comunque negli ambienti più piccoli) invece sono spesso da solo con una serie di letture molto dirette in cui rielaboro alcuni frammenti della storia e cerco di fargli prendere vita, magari confrontandomi anche direttamente con i presenti in modo molto libero. Per cui ciò che propongo non è mai la classica presentazione con lo scrittore che tiene la “lezioncina”: sono dei piccoli spettacoli che cercano proprio di far vivere i personaggi e far entrare i presenti nell’atmosfera del romanzo. Mi piace che queste occasioni diventino un po’ dei piccoli riti in cui far davvero vivere la storia e potermi, in qualche modo, anche io, insieme a chi mi ascolta, lasciare travolgere da
quel mondo.

Guardando un po’ al tuo passato…
11. Alice è il tuo 4° romanzo ma è il primo che presentiamo ai nostri lettori, puoi raccontarci brevemente qualcosa degli altri 3?
Facendo un discorso generale, posso dire che non ho mai sopportato gli eroi senza macchia e senza paura: tutti i miei romanzi raccontano storie di persone assolutamente comuni, con le loro debolezze, i loro dubbi e i loro rimpianti. E mi è sempre piaciuto raccontare storie che si svolgono in un arco temporale relativamente breve ma che cercano di scavare il più possibile a fondo nell’animo dei personaggi. Credo di avere sempre pubblicato romanzi molto sinceri, nel bene o nel male.

12. La tua storia, curiosamente, non nasce nel mondo dei libri ma in quello della musica indie, come sei arrivato poi a diventare uno scrittore?
E’ nato tutto praticamente per caso: in un momento per me un po’ caotico a livello personale, ho sentito l’esigenza di dare un segno di rottura forte, così ho preso alcuni dei raccontini che ho sempre scritto in modo estremamente privato, quasi di nascosto, senza nessunissima ambizione, e ho deciso di pubblicarli, quasi come per liberarmi di una parte della mia vita. In realtà poi quella stessa vita mi è tornata indietro come un boomerang perché la pubblicazione di quel libricino mi ha fatto riscoprire quanto tutte quelle cose mi appartenessero ancora e, al tempo stesso, l’incontro fortuito con Falzea editore (che ha poi pubblicato i due romanzi successivi) mi ha spinto ha prendere la scrittura con più serietà e provare a crederci.

13. Quali sono gli scrittori che credi abbiano influenzato maggiormente il tuo percorso artistico?
Spero, con molta umiltà, di avere imparato qualcosa da George Simenon, che a mio avviso è il maestro assoluto, nella sua produzione non “gialla”, nello scarnificare l’anima dei personaggi e far sprofondare il lettore nella mente dei suoi protagonisti. E mi piacerebbe avere un pochino della sincerità di John Fante e magari una briciola della sua capacità di spremere poesia dalla vita quotidiana.

… ed un po’ al futuro
14. Attualmente sei molto impegnato nella promozione di Alice, ma hai già qualche progetto nel cassetto a cui stai lavorando?
No. E ammetto che per me è una situazione abbastanza insolita: in genere sono sempre arrivato all’uscita di un romanzo con le idee molto chiare su ciò che ci sarebbe stato dopo (anzi, spesso con già delle stesure del romanzo successivo pronte). Questa volta invece con “Alice” ho proprio svuotato i cassetti. Comunque spero che questo significhi che la promozione di “Alice” sarà lunga e proficua: ho ancora molta voglia di raccontarla e farla vivere, questa storia.

15. Ultima domanda: dopo le esperienze nella musica indie e come scrittore, quale altra sfida professionale ti piacerebbe affrontare in futuro? Come vorresti metterti alla prova?
Bellissima domanda. Ormai sono diversi anni che, come giustamente dici tu, inseguo costantemente un nuovo progetto o una nuova sfida. E, chissà, forse questo è anche un modo per fuggire un po’ da me stesso illudendomi invece di stare inseguendo qualcosa. Dunque, forse la sfida più grande sarebbe fermarmi un attimo e provare a guardare negli occhi me stesso e la vita vera. Ma, no, questo non credo che lo farò. Per cui vedremo…

-l’autore ringrazia Divi In Azione per la collaborazione-

Andrea Dasso

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