maxresdefault(di Giulio Perrotta) Il saggista Giuliano Di Benedetti si racconta in questa intervista, tracciando le linee di viaggio principali della sua opera: “La Via di Dante”, acquistabile sul sito: https://www.amazon.it/Dante-DallInferno-alla-passando-Nemus/dp/8889088095

Buongiorno Giuliano. La via di dante, Lei dice, rivela ora il vero senso della Commedia svelandone i segreti più importanti. Come comincia questa sua opera?

Essendo io architetto, volevo progettare, ricreando il nemus nella valle del lago di Nemi, un grande parco storico-naturalistico, Il Parco del Ramo d’Oro, ispirato al primordiale rituale del rex nemorensis, il guardiano dell’albero sacro (su cui cresceva il ramo fatale) e del tempio di Diana. La valle del lago di Nemi è stata uno dei luoghi sacri più importanti dell’antichità preistorica e storica, il luogo dove si origina la civiltà Latina, dove nascono Romolo e Remo. La loro madre, rea Silvia è la prima Vestale e il tempio di Vesta era all’interno del tempio di Diana, una radura del nemus, il bosco sacro alla Vergine Madre di tutta la Natura, secondo una definizione di Ottaviano Augusto. Anche questo evento è totalmente sconosciuto agli storici che, della nascita dei gemelli fatali non ci hanno mai tralasciato notizia alcuna e che ho potuto scoprire proprio mettendo insieme notizie diverse ricavate dalla lettura dei classici, da Virgilio -la guida di Dante che conosce perfettamente il nemus- ad Ovidio che nelle Metamorfosi racconta alcuni miti fondamentali e ne I Fasti, ci dà l’ubicazione della. Selva Oscura Fu proprio dopo questi primi e sorprendenti risultati che iniziai una serie di approfondimenti che mi hanno portato ad effettuare molte altre scoperte di tipo storico che, alla fine, hanno coinvolto anche Dante e la sua opera più grande. La conclusione è stata del tutto imprevedibile ed incredibile, soprattutto per me: per ambientare le prime due cantiche della sua Commedia, Dante si era ispirato ai Colli albani, alla loro conformazione fisica ed alla loro straordinaria storia antica, soprattutto quella riguardante il nemus, il bosco sacro a Diana, e quella del Mons Albanus, attuale monte Cavo, sede del tempio di Giove. Mi accorsi, così, che Dante, per rivelare ai soli illuminati il messaggio segreto contenuto nei suoi versi, aveva lasciato numerosi indizi riguardanti i Colli Albani di cui, però, finora mai nessuno si è accorto.

Come è arrivato a questa scoperta?

Collegando il contenuto di grandi opere poetiche (Eneide, Divina Commedia) alla storia, ai miti, ai culti e alle caratteristiche del territorio del nemus, cosa che nessun altro studioso ha mai fatto proprio per la non conoscenza di questi luoghi. Nel VI canto dell’Eneide, la Sibilla Cumana chiede ad Enea, come lasciapassare per l’Ade, proprio il ramo d’oro, peculiarità del rituale del rex nemorensis nota a Virgilio. Per motivi strategici egli, invece, lo fa cercare da Enea vicino al lago Averno, dove non poteva essere.

Perché questa stranezza?

Semplice: per poter consentire ad Anchise di fare la sua profezia lontano dal Latium ed indicare al figlio come riconoscere la mèta finale delle sue peregrinazioni: proprio il Latium. per questo Virgilio sposta tutto a Cuma, vicino al lago Averno. Dall’Eneide in poi tutti riterranno il lago Averno come ingresso all’Ade, dimenticando il nemus, anche se Augusto, nella sua autobiografia, ritrovata alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, ma pubblicata in Italia diversi anni dopo dalla Newton Compton, affermava:”Ora l’Averno è localizzato dagli esperti di cose sacerdotali sulle sponde del lago di Ariccia, e l’albero sacro all’interno del santuario di Diana”. L’albero sacro era, ovviamente l’Albero del Ramo d’Oro, quello dipinto dal Turner (Tate Gallery, Londra) e oggetto principale dell’omonimo libro di James Frazer, Il Ramo d’Oro -The golden bough-, opera fondamentale per lo studio dell’evoluzione della mente dell’Uomo, universalmente nota. Conoscendo l’opera di Augusto, Dante questo lo sapeva, ma nessuno vi ha mai posto attenzione e mai si è chiesto dove Dante poteva aver tratto l’idea dell’ingresso all’Inferno. Eppure Dante aveva scritto che riportava nell’opera sua quello che aveva visto realmente: O mente che scrivesti ciò che io vidi. Dante poteva davvero immaginare di incontrare Virgilio proprio nel nemus perché l’aveva visitato e sapeva, dai Fasti di Ovidio, che era quella la“Silua opaca”, cioè proprio la selva oscura!

Allora, è per questo che Dante viene a vedere il nemus!

Sì, ma non è il solo motivo. C’è un altro di motivo che aveva spinto Dante a venire a vedere questi luoghi. Essi erano l’origine del male supremo, il potere temporale del papato, derivato dalla celebre, ma incompresa donazione di Costantino: Ahi, Constantin, di quanto mal fu matre non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre! (Inferno, XIX 115-117). La Donazione di Costantino tutti oggi dicono essere un falso fatto per accreditare alla Chiesa il potere su tutta l’Italia centrale. In realtà la VERA donazione riguardava il territorio che ancora oggi costituisce quello della DIOCESI DI ALBANO, la seconda dopo Roma per volere di Costantino, che favorì  la nascita di quella che oggi è Albano Laziale, nel medioevo confusa con Albalonga. Quella donazione Costantino la fece per ringraziare i soldati della seconda legione partica di stanza proprio ad Albano che si schierò con Costantino contro Massenzio perché aveva posto sulle sue insegne il segno della croce (in hoc signo vinces), cosa richiesta dai legionari che erano mitraisti cristiani! A proposito della donazione ritenuta un falso storico c’è da aggiungere che in ogni caso Dante la conosceva come vera, almeno quella relativa ai territori della Diocesi di Albano all’interno dei quali c’era la MASSA NEMUS cioè le proprietà del Tempio di Diana.

Cos’altro ha stimolato le sue ricerche?

 Rileggendo la Commedia mi accorsi che molti altri elementi -e non semplici indizi, ma autentiche prove-  aveva lasciato Dante che rivelavano che il vero significato di fondo dell’intera opera non era mai stato compreso ed era nascosto nel territorio dei Colli Albani, che aveva ispirato anche l’ambientazione delle prime due Cantiche.

Quali elementi?

Vediamone alcuni:

– la diritta via non ha niente a che vedere con  lo stato di peccato del viandante Dante, che non si sente peccatore. è solo la definizione comune dell’Appia Antica, la diritta via per antonomasia, un rettilineo di 90 km da Roma a Terracina;

– è l’Appia antica che si smarrisce, non Dante. Dizionario Treccani: smarrirsi = perdere la propria caratteristica. Cioè: quando la diritta via ha perso la sua caratteristica principale, quella di rettilineo -e questo avviene proprio nel bosco aricino la silua opaca che per Ovidio circonda il lago nemorense- egli si ritrova in una selva oscura, NON vi SI PERDE perché peccatore. Ripeto: non è Dante il peccatore;

– nella silua ophaca-selva oscura-nemus, il Poeta incontra tre belve. Incredibile: quelle tre belve, nel nemus, c’erano veramente. Erano le sole presenti sulle navi romane di Nemi, quelle volute da Caligola per essere un simbolico tempio galleggiante realizzato sugli scafi in legno tra i più grandi mai costruiti dall’uomo (per inciso, nel romanzo storico CALIGULA di Maria Grazia Siliato, Mondadori editore, c’è la descrizione delle navi tratta dai modelli di mia ideazione. Nel risvolto di copertina c’è il mio nome quale consulente per la realizzazione del disegno di copertina); le belve erano in bronzo e con ogni probabilità, note agli abitanti del luogo;

– l’ingresso all’Inferno, descritto da Dante, è quello dell’antico emissario del lago, all’interno del quale c’è la sorgente -che si sente nel buio e indica la direzione da seguire ai due poeti- e i pozzi di ventilazione -perfettamente circolari- che ispirano la risalita dei due poeti quando tornano a riveder le stelle da un pertugio tondo;

– la forma di Monte Cavo che è a tronco di cono -come il Purgatorio dantesco- ed aveva sulla cima il tempio di Giove;

– i colori simbolici di Diana, divinità esoterica: bianco (la luna), verde (le selve), rosso (gli inferi). Sono gli stessi del vestito che indossa Beatrice;

– le figure di Marco Porcio Catone e Stazio posti ai piedi e dentro il Purgatorio perché proprio vicino al Mons Albanus-Monte Cavo-Purgatorio vivevano;

– Daniello, che si esprime in lingua occitana, e il suo dolore che si collega con quel Giordano de Nemore che aveva trovato nella torre di Nemi, dove erano stati nascosti per secoli, i disegni cinesi per la costruzione della macchina da stampa a caratteri mobili e che era finito nella terra dei catari. Qui era morto sul rogo di Montségur, mettendo in salvo, però, i progetti della macchina da stampa a caratteri mobili che avrebbe consentito la diffusione veloce della conoscenza stampata tra feltro e feltro, cioè sulle pagine di carta -il feltro- dei libri e la diffusione veloce ed economica del sapere a tutto il popolo, proprio come volevano i Catari, ma proprio il contrario di quanto voleva la Chiesa Cattolica.

Insomma, il significato della profezia del veltro finora totalmente sconosciuto a tutti, in realtà è ormai semplice: quando la conoscenza sarà facilmente diffusa -con la macchina da stampa a caratteri mobili- e sarù TRA FELTRO E FELTRO cioè SULLE PAGINE DEI LIBRI che sono di carta, cioè, di materiale fatto di feltro, allora la lupa-chiesa avrà i giorni contati. O meglio, il prepotere della Chiesa sarà finito!

E le tre belve?

Anche le tre belve, ritenute tre peccati degli uomini, alla luce della storia dei Catari, cambiano molto il loro significato: sono i tre vizi più grandi non dell’Uomo, ma dei vertici della Chiesa di allora, la lupa azzannata dal veltro. E non la superbia, la lussuria e l’avarizia, ma la bramosia di potere senza limiti  (leone), la lussuria più sfrenata e a danno soprattutto dei bambini (lonza), l’avidità infinita di ricchezze (lupa).  Per caso, sono proprio i tre peccati stigmatizzati pochi mesi fa da papa Francesco rivolto ai Cardinali.

Veramente straordinario!

L’aver svelato il mistero della profezia del veltro è stata impresa eccezionale che ha fatto comprendere anche il profondo -esoterico- significato della Commedia, che, lungi dall’essere Divina nel senso cattolico del termine, come abbiamo sempre creduto, avrebbe dovuto essere considerata l’opera giustamente più eretica mai scritta, la possibile vera causa di morte prematura per l’Autore.

Morte prematura non naturale?

In quei tempi bastavo molto meno ed in genere le morti di quel tipo venivano attribuite alla malaria.

 Vediamo ancora:

– usciti dall’Inferno i due poeti incontrano il custode del Purgatorio il quale rimprovera Dante -che è vivo- di essere in un luogo riservato alle anime dei morti e a Virgilio di essere in un luogo riservato ai battezzati. Ma chi è costui? è Marco Porcio Catone, come Virgilio pagano ed in più suicida. Perché Dante lo fa guardiano del Purgatorio? Semplicemente perché Marco Porcio Catone viveva al di là di Monte Cavo dove oggi è la cittadina di Monte Porzio Catone, uno dei Castelli Romani;

– dal luogo dove Dante e Virgilio incontrano Catone, guardando verso ovest si vede “là dove Tevero s’insala”, cioè la foce del Tevere, il luogo di ritrovo delle anime dirette al Purgatorio.

Conclusioni veramente imbarazzanti per i commentatori di Dante che finora non si sono mai accorti di questi riferimenti ed hanno dato un’interpretazione completamente falsata dell’opera dantesca. Ma c’è un altro aspetto che Lei nel libro mette in evidenza. L’arrivo e la partenza di Beatrice. Cosa dice al riguardo?

La parte finale del libro è ancor più stupefacente, con l’arrivo di Beatrice e la sua partenza con Dante verso la luna. La conoscenza da parte di Beatrice della forza di gravità e della velocità delle astronavi, rivela come Dante avesse notizia anche delle storie occulte tramandate dai Sumeri e giunte fino a lui attraverso sette segrete ristrettissime.

Non Le sembra di esagerare in questo caso?

Per giungere a queste scoperte è stato necessario mettere in relazione tra loro i contenuti di opere diversissime, alcune delle quali classiche, ma mai collegate con l’opera di Dante, altre di epoca recente e ancora non note ai cosiddetti cattedratici sedicenti detentori della conoscenza. Alla cattiva interpretazione della Commedia hanno contribuito gli illustratori, anche i più famosi, da Botticelli a Doré. hanno prodotto raffigurazioni a dir poco puerili che dimostrano come anch’essi non abbiano tenuto in alcun conto i versi del Vate perché non li hanno compresi! Basta vedere proprio i loro disegni relativi alla discesa sul Paradiso terrestre del carro di Beatrice e la sua partenza verso il cielo della luna. Beatrice, per Doré, scende in braccio agli angeli mentre i miniaturisti la mettono sopra un carretto da fieno. Dante, invece, parla di un carro che viene dall’alto ed illumina tutta la foresta del Paradiso Terrestre e da cui Beatrice scende insieme a cento angeli che non hanno ali. Dante non descrive il carro, ma rimanda il lettore alla descrizione che ne fa Ezechiele nella Bibbia: è identico a quello di Beatrice, dice Dante. Ezechiele non descrive certamente un carretto! Le raffigurazioni più recenti del carro descritto da Ezechiele ne fanno una vera e propria astronave! I versi del primo canto del Paradiso descrivono proprio la partenza di un’astronave e Beatrice lo conferma. Rimproverando Dante per la sua paura, quando già sono in orbita, Beatrice gli dice che ormai non deve avere timori: stanno viaggiando a una velocità tale che quella della folgore per loro è poca cosa. Poi gli fa vedere la Terra, formata da aria, acqua e terra tenute insieme da un’unica forza. Natalino Sapegno, uno dei più importanti commentatori di Dante notò: Beatrice si riferisce alla forza di gravità; non spiegò ai lettori, però, come Dante avesse potuto conoscere il concetto di forza di gravità! Non solo. Dante si meraviglia come egli possa trascendere, cioè essere più in alto, i corpi leggeri che lo circondano che sembrano più pesanti. Chi oggi non ha mai visto scene all’interno di un satellite artificiale con astronauti a bordo? è la stessa cosa descritta da Dante e riferita a sé stesso.

Ti ringrazio Giuliano per averci accompagnato in questo viaggio “speciale”.

Per le ulteriori sorprese, ti rimando però alla lettura del saggio. Un saluto a te e a tutta la Redazione.

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