di Salvatore Primiceri – C’è un silenzio che oggi parla più di mille parole: quello degli elettori che non votano. Mezzo Paese, ormai, resta a casa davanti alle urne, e non per indifferenza, ma per disillusione. L’astensionismo non è soltanto un dato statistico: è un grido di distanza, il segno di una frattura profonda tra il cittadino e la politica, tra la comunità e chi dovrebbe rappresentarla. È come se la democrazia, che secondo Hannah Arendt dovrebbe fondarsi sull’agire comune, si fosse ridotta a un esercizio formale, svuotato di senso, incapace di generare quella fiducia che è il suo nutrimento più vitale.
In Italia, questo distacco appare oggi più evidente che altrove. Il governo guidato da Giorgia Meloni continua a praticare una politica di parte, fondata sull’identità e sulla fidelizzazione del proprio elettorato. In un sistema dove vota solo la metà dei cittadini, governare per i propri significa già vincere. È la logica dell’autoconservazione, non del bene comune. Eppure, il principio del “governare per tutti”, che dovrebbe essere l’essenza di ogni democrazia matura, si è perso nella nebbia della convenienza politica. Chi governa sembra preoccuparsi più di mantenere il consenso del proprio campo che di rappresentare l’intero Paese, come se la politica fosse diventata una contesa privata e non più un servizio pubblico.
Ma sarebbe troppo semplice attribuire tutte le colpe al governo. Il centrosinistra, dal canto suo, appare privo di un progetto alternativo, incapace di elaborare una visione che unisca e ispiri. Manca la capacità di proporre un linguaggio nuovo, di ricucire la frattura morale e culturale che separa la politica dalla società. Perché la crisi non è solo nei programmi: è nel modo stesso in cui la politica parla, si mostra, si percepisce. Il linguaggio pubblico si è inaridito, ridotto a slogan, battute, invettive da bar. L’agorà si è trasformata in un’arena di tifoserie, e in questa degenerazione verbale si è smarrito il senso della misura e della responsabilità. Come ammoniva Kant, la libertà non è fare ciò che si vuole, ma agire secondo un principio che possa valere universalmente: eppure oggi la parola pubblica sembra obbedire solo alla legge dell’immediatezza e del profitto elettorale.
E così, mentre la politica si chiude nel proprio recinto, la società civile, quella viva, inquieta, partecipe, si ritrova altrove. Lo si è visto nelle piazze, nelle manifestazioni di solidarietà con la popolazione di Gaza, dove migliaia di persone, di ogni età e provenienza, hanno gridato il valore della vita, della dignità, della pace. È un movimento trasversale, etico prima che politico, che non trova voce nei partiti ma che testimonia un bisogno profondo di senso e di giustizia. Sono cittadini che non si sentono rappresentati, ma non per questo sono apatici. Anzi, proprio nel loro impegno civile, spesso silenzioso, si ritrova la traccia di quella politica alta di cui parlava Aristotele, quando definiva l’uomo un zoon politikon, un essere che realizza se stesso solo nella cura della cosa comune.
Il governo, di fronte a queste manifestazioni, ha scelto la via della derisione, liquidando con sarcasmo la missione umanitaria della Flotilla e ridicolizzando le voci solidali del Paese. È un atteggiamento che rivela non solo distanza, ma disprezzo per il dissenso, come se la legittimità del potere coincidesse con la sua autoreferenzialità. Ma una democrazia che non sa ascoltare si impoverisce, e chi governa dimentica che la forza di un Paese non sta nella disciplina delle sue truppe elettorali, ma nella vitalità del suo pluralismo.
La crisi della politica, dunque, non è solo una crisi di rappresentanza, ma di senso. Abbiamo smarrito l’idea che la politica sia un’etica della responsabilità, per dirla con Max Weber: la capacità di agire tenendo conto delle conseguenze e non solo delle intenzioni. Oggi, al contrario, prevale un’etica dell’effimero, dell’immediato, dove il calcolo sostituisce il principio e la convenienza diventa bussola morale. In questo scenario, l’astensionismo non è un vuoto, ma un pieno di sfiducia; non è assenza di opinione, ma presenza di una ferita.
Ritrovare la politica significherà allora ritrovare la parola, la misura, la cura. Significherà tornare a pensare che il potere non è proprietà, ma servizio. Significherà, forse, come scriveva Norberto Bobbio, “credere ancora nella forza delle regole e nella debolezza della forza”. Perché una democrazia che perde la fiducia dei suoi cittadini non muore di colpo, ma lentamente, nell’indifferenza generale. Ed è questo, oggi, il rischio più grande: che l’Italia smetta di credere non solo nei partiti, ma nella politica stessa.
Salvatore Primiceri


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