G.B. – Gli equilibri internazionali sono in continua evoluzione, una costante metamorfosi che muta i rapporti di forza e di influenza capace di rendere obsoleta ogni cartina geografica redatta sul tema nel giro di poco tempo. Quella che pochi decenni fa era una visione di fatto dicotomica, che vedeva contrapposti tra loro gli Stati Uniti d’America da una parte e l’Unione Sovietica -poi Russia- dall’altra, si è trasformata in una realtà dinamica che si modifica in un divenire fluido che, proprio come un fiume che modifica i propri argini, ridisegna i poteri degli stati. Oggi la supremazia storica di Washington viene messa in discussione dall’inarrestabile ascesa di Pechino, generando una nuova linea di tensione che non passa più attraverso l’Atlantico settentrionale ma lungo l’area del Pacifico. Per comprendere però queste complesse dinamiche non basta utilizzare una chiave di lettura occidentale, che forse era in parte sufficiente per ragionare sulle tensioni del secolo scorso, bensì è necessario capire quale sia la logica utilizzata dallo stato del Dragone.
Il recentissimo incontro che ha visto protagonisti Donald Trump e Xi Jinping, evento che è stato al centro delle cronache internazionali, è un chiaro indicatore del nuove equilibrio, di quanto l’Europa sia sempre più periferica e non certo centro nodale dello scontro, che invece si focalizza sul sud-est asiatico. Vedere i due presidenti prendere posto a un tavolo e discutere tra loro lascia l’immagine di due potenti che si stanno spartendo le sorti del mondo, come se stilassero un nuovo trattato di Tordesillas -l’accordo attraverso il quale la Spagna e il Portogallo si divisero il controllo e il possesso di tutte le nuove terre al di fuori del Vecchio continente-.
La sfera di influenza di Washington sta venendo sempre più ridimensionata dalle mosse attuate da Pechino che, attraverso la sua politica economica internazionale, sta conquistando sempre più influenza sullo scacchiare mondiale sottraendolo al diretto rivale. Non è un caso che diversi esperti, ma anche lo stesso leader cinese, abbiano parlato della trappola di Tucidide. Un concetto semplice che evidenzia come quando una giovane potenza egemone cerca di sostituirne una già consolidata vi è una tendenza alla guerra. Lo storico greco lo aveva ipotizzato con la guerra del Peloponneso, quando Atene era in forte ascesa e Sparta vedeva in questa crescita un grosso pericolo per la propria prosperità. La Cina, analogamente, ha evidenziato e dichiarato in più occasioni quanto sia favorevole a una via della pace ma che se costretta non esiterebbe a utilizzare anche mezzi più brutali per la propria sopravvivenza e la propria integrità.
Come già detto risulta importante comprendere non solo quali siano i delicati equilibri su cui si muovono Stati Uniti e Cina ma anche quali siano i ragionamenti dietro alle diverse mosse compiute. Se il punto di vista di Washington potrebbe essere più facile da capire grazie a una mentalità simile, quello di Pechino richiede maggiori sforzi ma anche conoscenze più ampie di una realtà molto diversa da quella a cui la società occidentale è abituata. In soccorso del curioso arriva Fabio Massimo Parenti che, con la sua ultima fatica La CINA non si USA, mette a confronto diversi aspetti delle due superpotenze dando una nuova prospettiva al lettore con un volume che cerca di essere libero da preconcetti ancorati ai media europei. Tra le righe del suo libro è così possibile analizzare quali siano le principali divergenze storiche e culturali che intercorrono tra due mondi così diversi, quali siano i rispettivi approcci alla politica internazionale che determinano costanti tensioni che rendono gli analisti equilibristi tra le molteplici pressioni da tenere in considerazione. Che si tratti di gestire sfide economiche o di ampliare la propria sfera di influenza, sono tanti gli argomenti che possono creare crisi diplomatiche più o meno acute.
Si pensi per esempio alla questione “russa” o all’attuale dossier “Iran”. Se questi sembrano già questioni tanto complicate da non fornire alcuna certezza su cui basarsi, non si deve dimenticare il tema Taiwan, forse quello più delicato e caldo tra tutti, un argomento sul quale ogni dichiarazione fatta deve essere misurata molto attentamente ponderando non solo sui concetti espressi ma anche sulla terminologia impiegata. La provincia guidata dal governo di Taipei è di fatto uno stato libero e indipendente che però continua a essere oggetto di rivendicazione da parte di Xi Jinping, che lo considera parte integrante del territorio della Repubblica Popolare Cinese e che esorta gli altri governi a non prendere posizioni contrarie alla visione di Pechino essendo la questione di pura politica interna. Quella un tempo nota come isola di Formosa è estremamente importante sopratutto per tre motivi. Il primo è legato alla questione tecnologica ed economica: proprio a Taiwan si concentra la produzione di buona parte della componentistica dei microchip di tutto il mondo, quegli stessi che sono presenti nei computer, negli smartphone e in tutte le apparecchiature intelligenti che sono presenti nelle case di miliardi di persone. Controllare Taiwan significa quindi avere il potere sull’evoluzione tecnologica. Il secondo motivo è geografico: lo stato del Dragone ha una superficie davvero imponente ma il suo sbocco sul mare è limitato alla costa orientale che è inoltre chiusa da altri stati: a nord la penisola coreana, a est il Giappone che, con le piccole isole meridionali crea una cintura che si spinge fino a Taiwan, a sud gli stati del sud-est. Lo sbocco diretto sull’oceano è quindi precluso e il controllo di Taiwan è l’unica vera soluzione per una potenza economica che richiede movimento di miliardi di tonnellate di merci anche su rotte marittime. La terza ragione è invece meno pratica e più ideologica: una riunificazione storica che è stata annunciata anche nei discorsi ufficiali del governo di Pechino, una promessa che non può ora essere né dimenticata né ignorata.
Parenti è molto chiaro nelle sue idee. La Cina non sarà mai come gli Stati Uniti. Non tanto perché non possa esserlo quanto perché non intende farlo. La diversa visione della storia, della politica e dell’individuo sono tanto distanti tra loro da non permettere di perseguire vie analoghe. Se da una parte l’occidente si basa sui principi di Hobbes, dall’altra c’è Confucio a indicare la strada da percorrere. Se da una parte c’è la visione imperialistica americana, dall’altra c’è la storia anti-imperialista del colosso asiatico. Tra le pagine di La CINA non si USA è possibile approfondire aspetti che vengono dipanati talvolta in maniera provocatoria ma sempre intelligente, fornendo spunti di riflessione e informazioni che arricchiscono il lettore e lo liberano in parte dai conformismi del punto di vista occidentale. Nei diversi capitoli si affrontano i concetti di modernizzazione, di globalizzazione e di contesa dei materiali. Sono due mondi a confronto che devono fare i conti l’uno con l’altro, che devono cercare un equilibrio che sia soddisfacente per entrambi al fine di non degenerare in uno scontro armato che destabilizzerebbe il mondo intero.
Il nuovo millennio è partito mostrando grandi cambiamenti, sconvolgimenti e ribaltamenti traslando il fulcro del mondo dal nord dell’Atlantico al Pacifico. Gli Stati Uniti d’America sono la superpotenza che cerca di sopravvivere, che resiste nella speranza che gli ultimi acuti non siano il canto del cigno che ne preannuncia la disfatta. La Cina è d’altronde uno stato millenario che solo da poco è stata capace di diventare partner globale in grado di influenzare con la sua forza l’intero pianeta riscoprendo una vocazione di superpotenza mondiale. Un ruolo che sembra suscitare il suo massimo interesse e a cui non sembra intenzionata a rinunciare.
Pubblicato all’interno della collana Orwell della casa editrice barese Edizioni Dedalo, La CINA non si USA è un libro che risponde perfettamente alle intenzioni della collana diretta da Luciano Canfora e che deve il suo nome al noto scrittore britannico che ben intuì “il furore cieco del secolo successivo”.
Titolo: La CINA non si USA
Autore: Fabio Massimo Parenti
Editore: Edizioni Dedalo



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