(di Giulio Perrotta) Erzsébet Báthory nacque a Nyírbátor, in Ungheria, nel 1560, in una nobile famiglia fra le più potenti di quel periodo, parente diretta dei regnanti della Polonia e discendente del Generale Steven Bathory, braccio destro di Vlad Tepes, conquistatore della Valacchia.
Da giovane la Erzsébet soffrì di convulsioni, scatti d’ira e attacchi d’epilessia, oltre le probabili violenze sessuali che subì dal nonno; la morte prematura del padre, poi, avvenuta quando lei aveva solo 10 anni, aggravò notevolmente la sua instabilità mentale, completamente collassata con l’influsso negativo della badante, dedita alla magia nera e ai riti sacrificali dei bambini.
Un matrimonio fruttifero, che diede alla dinastia quattro figli. Il marito Ferenc, detto “L’eroe nero d’Ungheria”, era un condottiero sadico e spietato ed era spesso assente a causa delle campagne militari; per questo motivo, istruì la moglie già disturbata a pratiche poco raccomandabili: atti veri e propri di tortura finalizzata a ricercare il dolore.
Frequentemente faceva svestire le ragazze della servitù davanti agli altri servi per il puro piacere di umiliarle, fino ad arrivare all’omicidio; tra le pratiche preferite c’erano:
a) cospargere di miele i servi e lasciarli in preda alle api e legati al muro, impossibilitati a scappare;
b) congelare una persona, bagnandola ripetutamente con acqua fredda e con sottoposizione a temperature rigidissime;
c) adescare le ragazze con la scusa di prenderle in servitù al castello, rinchiudendole nei sotterranei, per picchiarle fino a farle gonfiare completamente;
d) cucire la bocca;
e) costringere le schiave a mangiare la loro stessa carne o a viaggiare con lei in carrozza, sedute sui chiodi e sugli aghi;
f) cicatrizzare le ferite con il fuoco, lentamente e ripetutamente;
g) fare il bagno nel sangue delle vergini, per mantenere giovane la pelle (oltre che berlo per purificarsi);
h) praticare costantemente vampirismo e cannibalismo.
Si stima che abbia ucciso ben oltre 600 vittime, torturandole.
Come se ciò non fosse sufficiente, Erzsébet si circondò di personaggi improbabili e deplorevoli, accumunati dalla passione per la tortura e la magia nera, quali:l’assistente personale Ficzko, un nano pervertito e pedofilo; Helena Jo “la Balia”, esperta di magia nera; Dorothea Szentes; il leggendario servo e maestro dell’occulto Thorko, da molti ritenuto un demone sotto mentite spoglie. In parti-colare, quest’ultimo, gli insegnava nuovi e interessanti incantesimi, come ad esempio questo: <<Prendi una gallina nera e colpiscila con un bastone bianco, fino alla morte. Raccogli il sangue della gallina e cerca di imbrattare con esso un abito del tuo nemico. Gli capiterà presto una disgrazia>>; e ancora, gli insegnò un incantesimo su una pergamena fatta di “amnio”, ovvero la membrana che protegge i bambini nell’addome della madre, sulla quale c’era scritto con il sangue un incantesimo del Dio Isten che prometteva salute, lunga vita e protezione, mentre ai nemici di colui che portava tale pergamena era augurata una morte violenta per le grinfie di novantanove gatti. Thorko era indubbiamente un essere misterioso, potente e molto influente nell’ambiente nobiliare.
Nel 1601, il marito Nádasdy si ammalerà e dopo 3 anni passati nel proprio letto muore, morirà lasciando vedova la Contessa a 44 anni.
A questo punto tornerà nei possedimenti di Vienna e continuerà le sue pratiche lì, concentrandosi prima sui bambini e sulle donne dei villaggi, rapendoli, poi sulle figlie dei nobili, suoi pari.
La presunzione e la superbia porta Erzsébet ad alzare troppo il tiro, finendo nell’occhio del ciclone: viene prima arrestata e poi condannata al carcere, dentro un’ala del suo castello, mentre i suoi fedeli servitori e aiutanti verranno torturati a morte.
La Contessa così si salva da una morte atroce grazie all’intervento del cugino Primo Ministro Thurzo ma sarà condannata ad una fine lenta e inesorabile.
Dove 3 anni dopo, nell’estate del 1614, muore all’età di 54 anni.
Malattia mentale o stregoneria nera, la Bathory faceva parte di una famiglia assai particolare: il nonno era pedofilo, la balia era una strega, il fratello era dedito all’alcolismo e alla violenza sessuale, la zia era stata condannata per stregoneria e atti lesbici e lo zio era un famoso alchimista e adoratore del demonio.
Insomma, tutti gli elementi al posto giusto per pensare che c’era “qualcosa” oltre la sua particolare condizione mentale.


Garlasco e il coraggio del dubbio
Jeremy Bentham e la morale della felicità
La dottrina morale di Seneca: un percorso attraverso le Lettere a Lucilio
Paradoxa Filosofia: quando i classici tornano a essere leggibili