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Lo stato dell’arte del calcio italiano ha un che di paradossale. L’Italia, si può sicuramente dire, è una delle nazioni con la più grande tradizione calcistica in tutto il mondo. Non lo dimostrano soltanto i quattro Mondiali e i due Europei vinti dalla Nazionale ma anche e soprattutto la storia di un torneo che nei decenni del novecento ha visto passare i più grandi calciatori della storia di questo sport nel loro massimo splendore professionale. E grazie a un pubblico che da sempre ha riempito gli stadi per seguire le gesta della propria squadra del cuore. Eppure il paradosso sta nel fatto che oggi il calcio italiano è in crisi, un declino che perdura da almeno un decennio e che ha portato il nostro campionato ad essere persino snobbato dai campioni internazionali. Eppure qualcuno potrebbe dire che questa crisi non si vede. Si pensi alle finali delle coppe europee della scorsa stagione. Con l’Inter in finale di Champions, la Roma in finale di Europa League e la Fiorentina, all’inizio della stagione non in cima ai pronostici delle quote sui match di Conference League, che invece ha stupito tutti ed è giunta in finale contro il West Ham. Ma invece la crisi c’è, eccome. E a cosa è dovuto?

In Italia non ci sono italiani

No, non si sta facendo questioni di genere ed etnia, e lungi dal fare qualsiasi discorso pseudo politico. Qui si parla di ragazzi con il passaporto italiano che giocano in Italia, che crescono professionalmente e possono essere una risorsa per le Nazionali, da un punto di vista prettamente sportivo, e per i club da un punto di vista sia di risultati sul campo che economico. Nelle tre squadre arrivate nelle tre finali c’erano 14 giocatori italiani su 33 posti disponibili. E i settori giovanili sono pieni di calciatori acquistati dall’estero. Un viavai di nazionalità che non fa bene al movimento calcistico che non premia i talenti nostrani. Questo perché spesso si cerca il guadagno immediato, anche se basso, piuttosto che attendere l’esplosione del talento con pazienza.

I guai giudiziari

Un altro sintomo del pessimo stato dell’Italia calcistica sono le continue indagini giudiziarie che vengono fatte quasi annualmente ormai. Non che sia un problema specificatamente italiano, anzi. Però in Italia il fenomeno è diventato troppo frequente. Non ultimo il problema del calcioscommesse tra alcuni giocatori tra i più forti del panorama giovanile italiano, l’anno scorso è stata la volta della Juventus e del caso plusvalenze. Ma le indagini sono passate anche a setacciare le posizioni di altre squadre come Inter, Napoli e Milan. Tutto questo non fa bene al calcio e ne dipinge un’immagine pessima all’estero.

Le tasse e i ricavi

Quello che lamentano i club da anni (ma verrebbe da dire ogni cittadino per altri motivi) sono le tasse troppo alte, aspetto di cui si parla da anni nel nostro Paese. Questo scoraggia investimenti in calciatori di una certa fama e che hanno un mercato di altissimo profilo. I costi del calciomercato oggi sono diventati spropositati e per una squadra italiana è pressoché impossibile competere con una inglese o spagnola. Se ad esempio una big italiana volesse comprare Harry Kane dal Bayern non solo dovrebbe spendere circa 90/100 milioni per acquistarlo ma dovrebbe investire almeno altri 35/40 milioni lordi a stagione come stipendio, considerando che in Germania ne prende circa 20 netti. Alle spese vanno affiancati anche i ricavi ma i diritti tv e le sponsorizzazioni, anche in questo caso, sono nettamente inferiori rispetto all’estero e naturalmente questo incide sui conti delle società di calcio.

In conclusione

Questi elencati sono solo alcuni dei problemi: scarsa competitività economica, danni di immagine e una Nazionale che fatica sono problematiche di un sistema che fa grande fatica a svecchiarsi e a guardare al di là del proprio naso. Purtroppo uno dei problemi principali, infatti, riconosciuti da tutti è la mancanza di visione imprenditoriale con società affidate ormai a fondi e imprenditori stranieri o avventurieri che ricercano il guadagno immediato o la “strumentalizzazione” della proprietà del club di calcio come entità da sfruttare per altri interessi. Della serie il vecchio (nuovo) adagio che “di solo calcio non si vive”. Un cane che si morde la coda insomma: il calcio non mi fa fruttare, lo uso finché mi serve ma non ho tempo di investire e aspettare i frutti dell’investimento, così cerco di ricavarne il più possibile nell’immediato. Come si vede i problemi sono tanti e uno crea effetto domino sull’altro. Da tante parti c’è la richiesta di un sistema che va riformato, per essere un volano per l’economia nazionale ma soprattutto per far tornare ad esultare i tifosi italiani.

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