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di Giovanni Reho – Non sabbiamo con certezza se il diritto dei faraoni avesse elaborato una definizione di contratto e ancor meno di appalto.  Alcune fonti confermano che la realizzazione delle grandi opere, come ad esempio le piramidi, fosse oggetto di un incarico ben pianificato ed organizzato per il quale veniva costituito un vero e proprio “villaggio operaio” che ospitava le maestranze e gli artigiani preposti alla realizzazione e manutenzione delle tombe degli antichi Re.

Secondo alcuni studi, nella costruzione delle piramidi non era contemplato l’impiego di schiavi, in quanto il pregio regale e la finalità ultraterrene dell’opera richiedeva esclusivamente l’opera scrupolosa di artigiani specializzati.

Grazie ai primi scavi tra il 1905 e il 1909, è venuto alla luce il villaggio operaio di Deir el-Medina, realizzato tra il 1525 e il 1504 a. C., in un’area desertica tra due valli oggi note come Valle dei Re e Valle delle Regine.

La realizzazione delle piramidi richiedeva l’allestimento di un villaggio-cantiere predisposto ed organizzato per lunghi periodi di permanenza. Si stima infatti che Deir el-Medina ospitasse sessanta complessi abitativi e centoventi nuclei familiari, con la presenza media di quasi cinquecento abitanti.

La forma allungata del villaggio richiamava quella di una nave attraversata da una strada longitudinale che separava le abitazioni in due quartieri principali. Non siamo a conoscenza dei criteri adottati per la divisione dei due distinti complessi abitativi. Sabbiamo invece che uno dei due quartieri era esposto ad est e il secondo ad ovest.

A conferma della forma del villaggio ispirato a quello di una nave, il quartiere ad est era denominato “quartiere di dritta” e quello esposto ad ovest “quartiere di sinistra”. Le stesse maestranze, capeggiate da un “architetto” caposquadra, prendevano il nome di “squadre di tribordo” e di “babordo” composte da circa sessanta unità ciascuna.

Percorrendo un sentiero, le maestranze raggiungevano il luogo di lavoro e prestavano servizio per una “settimana” composta da dieci giorni. Era concesso loro di rientrare nel villaggio per una breve pausa di due giorni.

Esisteva il baratto (almeno sino al 400 a. C.) e la retribuzione avveniva in natura il ventisette di ogni mese. Secondo quanto riportato dai documenti storici il compenso consisteva nella consegna di tessuti, vestiti, olio, cera e metalli.

Non è escluso che esistessero forme di “mutua”. Alcuni papiri narrano la vicenda di un artigiano al quale fu concesso di assentarsi dal lavoro per due giorni a causa di un acceso diverbio con la moglie. Si ritiene che fosse prevista anche l’assenza per malattia.

Grazie ai ritrovamenti archeologici, uno speciale papiro denominato “papiro dello sciopero”, scritto in ieratico (la grafia corsiva nell’antico Egitto) narra che durante il Regno di Ramesse III, le difficili economiche e politiche, inasprirono i rapporti tra i lavoratori e le autorità governative.

Si riporta che lo sciopero fu operato in massa da tutti i lavoratori e che venisse adottato mediante una vera e propria “fuga” dai luoghi di lavoro per nascondersi nella necropoli di Tebe e nei templi di Tutmosi III e Ramses II.

Non vi furono forme di sedazione violenta dello sciopero perché anzi le autorità amministrative decisero di accordare ai lavoratori una maggiore razione mensile di grano come da loro richiesto.

Dopo alcuni giorni, riprese il malcontento e vi fu un nuovo sciopero con la richiesta dei lavoratori di “manifestare” e di riportare direttamente al Faraone la contestazione sulle proprie condizioni di lavoro.

Non si esclude che esistessero forme arcaiche di “sindacato” con il compito di organizzare e motivare le ragioni dello sciopero.

Non mancavano forme di violenza sul lavoro, come riporta un papiro dell’epoca, nel quale un operaio è testimone dei crimini di tre dei suoi compagni.

È interessante il ritrovamento di un “foglio di presenze” evidentemente impiegato dallo scriba del villaggio per la redazione della busta paga, che conferma l’esistenza di una forma retributiva che teneva conto della quantità del lavoro prestato secondo le giornate di lavoro effettivo.

Non doveva essere del tutto estraneo l’istituto della “separazione” dei coniugi e degli obblighi del lavoratore di contribuire al sostentamento della ex moglie. Riporta un papiro la prova di una lista di oggetti che un lavoratore aveva dovuto consegnare alla ex moglie quasi fosse una forma di cessione di una quota della propria retribuzione.

Si rinviene dai documenti storici che le unità lavorative presenti presso il villaggio-cantiere fossero organizzate anche con la presenza di lavoratori stranieri a conferma di un ordinamento giuridico che concepiva in modo fisiologico la presenza e la collaborazione di lavoratori provenienti da altri Paesi.

Grazie ai reperti, abbiamo conferma che la civiltà egizia avesse sviluppato forme emancipate di organizzazione del lavoro e avesse, almeno in occasione della costruzione di piramidi che escludeva l’attività degli schiavi, una visione seppure primigenia dell’importanza  e della tutela delle condizioni di lavoro.

Giovanni Reho  

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