Enrico Fusco, avvocato barese, attivista per i diritti gay ed esponente del PD. Da quanti anni lotta per i diritti civili? Ci racconta in breve la sua storia?
Ho iniziato ad interessarmi al problema dei diritti civili negli anni novanta e nel 2002 bussai alla porta dell’Arcigay di Bari; stavo terminando il mio “coming out” e un master in counseling, aiuto nel disagio esistenziale: mi misi a disposizione dell’associazione. Dopo poco ne divenni il vice presidente, organizzammo il Bari Pride nel 2003 con 70.000 persone in piazza… e io finii in prima pagina sulla Gazzetta del Mezzogiorno, titolo “Io avvocato e gay non mi nascondo”. Fu un “coming out” abbastanza rumoroso per la mia città, ma anche per me e la mia famiglia, che mi ha sempre accompagnato nelle mie battaglie.
Gradualmente, mi sono allontanato dall’attivismo associativo, per abbracciare quello nel partito, dapprima i DS e poi il PD, perché ritengo che il più grande partito della sinistra italiana deve farsi carico della questione dei diritti di cittadinanza, altrimenti nulla cambierà nel nostro Paese. Penso che i diritti e le discriminazioni vadano affrontate ad ampio spettro: donne, migranti, omosessuali, diversamente abili, sono questioni legate da una sottile linea rossa che si chiama razzismo. È questa la mia battaglia: liberare l’Italia dall’approccio razzista, sessista ed omofobico, che tiene bloccate tante energie.
In tanti anni di lotta, ricorda un momento particolare di gratificazione e uno invece in cui si è sentito particolarmente indignato?
I diritti civili, che sono diritti di libertà, propri della tradizione liberal-borghese e considerati ancora non prioritari da gran parte della sinistra italiana, portano poche gratificazioni. Mi piace molto andare nei Circoli del mio Partito a discutere dei temi di cui mi occupo, e stupirmi piacevolmente ogni volta di quanto i nostri militanti siano aperti sui diritti dellel donne e degli omosessuali, ma anche del fine vita, della inseminazione assistita del divorzio breve…
La maggiore indignazione la provo quando ascolto, da opinion leader qualificati, frasi che dimostrano ancora la difficoltà “di tenere alto il fine della politica”, come diceva Gramsci. E lo dico da non comunista.
Nel programma del suo partito c’è un’ampia parte dedicata ai diritti civili. Ce ne può parlare?
Bersani è il primo candidato leader del centro sinistra italiano che ha messo sullo stesso piano i diritti sociali con quelli civili. Il nuovo governo riconoscerà la cittadinanza italiana ai figli nati in Italia degli immigrati: si tratta di persone italiane a tutti gli effetti, che spesso parlano i nostri dialetti, che studiano qui, lavorano e pagano le tasse. Sarà un provvedimento di civiltà e di integrazione.
C’è l’impegno di approvare una legge che riconosca la parità giuridica e formale delle coppie omosessuali, sul modello tedesco: non si tratta ancora della vera parità, che ci sarà solo con l’apertura agli omosessuali del diritto al matrimonio civile, come sta accadendo nella Francia di Hollande (ma anche in Inghilterra e negli Stati Uniti), ma è un primo passo verso l’abbattimento del muro della ipocrisia e della discriminazione omofobica. Bersani si è anche impegnato a risolvere il problema degli otre centomila bambini che vivono in famiglie omogenitoriali.
La prossima maggioranza di centro sinistra dovrà anche riscrivere la legge sulla procreazione assistita, nel senso indicato dai referendum del 2005 e affermato dalle magistrature italiana e sovranazionale. Con ciò si cancellerà un altro mostro presente nella legislazione italiana e voluto dai bigotti nascosti in tutti i gruppi politici.
Difendere la legge sull’aborto, favorendone (finalmente) la corretta applicazione sarà un atto dovuto, come pure si dovrà intervenire in senso laico e rispettoso delle persone sul “fine vita”, evitando manipolazioni moralistiche o legate a credenze religiose. Le leggi italiane devono essere soggette solo alla Costituzione Repubblicana.
In fase di stesura del programma Lei ha avuto un duro “scontro” con Rosy Bindi, poi rientrato. Trova che il programma del PD sui diritti civili sia un buon compromesso o si poteva fare meglio?
Ho risposto già… il programma è buono, frutto anche delle mie lotte. Ma una bottarella di coraggio in più non sarebbe stata male. La sinistra italiana mostra ancora una sorta di timore reverenziale verso il mondo cattolico, dimenticando che le gerarchie ecclesiastiche rappresentano solo il potere economico e gli interessi di una “lobby” e non i milioni di credenti che vivono nel nostro paese.
In tutta sincerità, a che punto è l’Italia sui diritti civili? Siamo o no ad una svolta? Cosa potrebbe ancora frenare questo percorso?
In Italia siamo all’anno zero. Vedremo dopo le elezioni se ci sarà la svolta. Il percorso potrebbe essere frenato dalla mancanza di laicità e di coraggio.
Come giudica l’imbarazzo di Monti sui diritti civili? Non trova sia contraddittorio per un sostenitore dell’Europa Unita come lui?
Monti è l’alfiere dei poteri forti, Vaticano compreso. Più passa il tempo, più appare chiaro.
Cos’è per lei la famiglia? Come risponde a chi ancora oggi giudica le coppie gay come un attentato alla famiglia “tradizionale” e persino alla pace nel mondo?
La famiglia dovrebbe essere il luogo dell’amore e degli affetti condivisi, ma spesso in Italia è il luogo, come dimostrano i dati ISTAT, dove avviene oltre il 90% delle violenze; e l’ISTAT ovviamente si riferisce alle famiglie tradizionali, eterosessuali per definizione, assistite dal vincolo del matrimonio religioso.
Il movimento omosessuale vive la tradizione della nonviolenza; a quelli che dicono che i gay sarebbero una minaccia per la pace, così diffondendo un sentimento di odio verso le persone omosessuali, dico che – se vivessimo in un paese civile – sarebbero in galera da tempo: dal 1996 il Parlamento Europeo invita i paese membri ad adottare leggi che sanzionino frasi e condotte omofobiche anche di leader politici e religiosi… se in Italia non abbiamo una legge contro l’omofobia è anche perché questi razzisti da strapazzo hanno molto potere.
Lei ha deciso di non candidarsi. Se la sente di spiegarci perché? Qual è la sua delusione in questa vicenda?
Io ho partecipato alle primarie per la selezione dei parlamentari e ho perso. Non aveva senso essere al trentacinquesimo posto della lista, senza alcuna possibilità di elezione, visto il livello della battaglia politica che rappresento. Altri che fanno le stesse mie battaglie hanno rifiutato di sottoporsi al voto delle parlamentarie e sono in posizione eleggibile, qualcosa significherà.
Ha mai pensato di mollare tutto? Cosa la spinge ancora a lottare in un Paese così complicato come l’Italia?
Non mollo, ne va anche della mia vita. Vorrei contribuire a lasciare a quelli che verranno un paese migliore di quello dove sono cresciuto io. E ce la faremo, è solo questione di tempo.
Lei viene dalla Puglia, una regione che ha eletto ben due volte un presidente dichiaratamente gay. Questa “apertura” dei cittadini pugliesi la riscontra anche nella realtà quotidiana? Cioè trova che ci siano differenze per un giovane vivere la propria omosessualità al sud o al nord?
Nei piccoli centri le difficoltà sono enormi per un giovane omosessuale, al nord come al sud. La peggiore offesa che un maschio possa fare ad un altro maschio è ancora “ricchione”. Gli omosessuali hanno il dovere di sconfiggere la propria difficoltà interiore che mina l’autostima, il “coming out” è un percorso di autoaccettazione, prima che di rivendicazione dei diritti.
Se dovesse consigliare ad un giovane omosessuale un personaggio come esempio da seguire per andare avanti, chi sceglierebbe?
Mi piace l’idea che ciascuno segua il personaggio che ha dentro di sé, quel “bambino libero” troppo spesso ignorato ed inibito per paura del giudizio altrui.
(Intervista di Salvatore Primiceri)


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