di Berardino Grillo – “Ritengo che dopo sette anni di azione amministrativa – io nasco proprio come Sindaco; ho fatto, come primo ruolo amministrativo, quello del Sindaco – È una scelta personale” (dall’intervista di Emmenews.tv-Webtv del Metapontino a Domenico Tataranno, primo cittadino di Bernalda – provincia di Matera -, che, il 20 febbraio 2021, con un’annunciazione laica, manifestò alla cittadinanza la volontà di aderire alla Lega di Salvini). Lui, di fede democratica, mentore di una lista civica (nel maggio 2019) – Più Bernalda e Metaponto – il cui gruppo consiliare, per bocca di alcuni consiglieri comunali, aveva una “identità totalmente estranea e distante dalle idee politiche espresse dalla Lega”. Ecco qui, il vulnus! Il diritto a governare, legittimamente meritato con larghi suffragi, che sfuma dal rosso fuoco (ottimismo baldanzoso post successo elettorale) al verde denso che ammalia gli eletti invaghiti dall’erba del vicino ch’è sempre più verde, soprattutto nell’approssimarsi della primavera… Ogni diritto ha un contro altare: il dovere. Allorquando questi due attributi non s’interfacciano adeguatamente, ergo, sfasano, interviene un soggetto regolatore: il commissario straordinario, nella fattispecie, della gestione di un Ente Locale, il Comune. Con il seguito di nuove elezioni.
Il trasformismo è una realtà capovolta. Si ribalta la normalità delle cose. È un po’ la tela del Politico che la disfa di giorno e la ricama di notte. Al buio. Che nessuno possa osservarla. Le prime volte, il vestito, ben forgiato, sta bene addosso il popolo, e sfoggia per qualche tempo. Tutti contenti e soddisfatti. Alla lunga, il manufattore-sarto non si cura più di curarlo, lavarlo e stirarlo, eppure di rappezzarlo alla bisogna, e soprattutto, di adeguarlo alle nuove esigenze del vestirsi e vivere quotidiano. Bisogna tenere in piedi, perfettamente in equilibrio, il famoso cono rovesciato del filosofo Henri Bergson: l’io di ogni idea politico-filosofica che si cala dalla bocca del cono, in alto, deve armonizzarsi perfettamente in giusta equidistanza e peso con i rispettivi io di molteplici altre idee che in esso vi accedono. Altrimenti, il cono non si regge in verticale, salvo che non… incida sulla base! Bucandola.
Il percorso trasformistico nel nostro Paese, ancor meglio ha attecchito in borghi e villaggi paesani, tracimando in una profluvie di connubi politicamente innaturali, incoerenti e squilibrati. Comunque, opportunistici.
“L’acqua di un fiume si adatta al cammino possibile, senza dimenticare il proprio obiettivo: il mare” (Paulo Coelho). Non si è riflettuto abbastanza sul pensiero di…siamo rimasti a metà del guado, come sempre è accaduto in Italia, nella Sinistra!
Se riandiamo al periodo della Belle Epoque (1871/1914), scopriamo che il nostro Tataranno ha un illustre precursore: Agostino Depretis, leader della Sinistra storica, ala moderata, e capo di ben otto Governi nel periodo che va dal 1876 al 1885. Il suo primo Governo della storia d’Italia era composto esclusivamente da politici della Sinistra. Nel 1876, durante un suo discorso tenuto a Stradella, nell’Oltrepò Pavese, auspica la “feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costruire quella tanto invocata e salda maggioranza” tra i due schieramenti, Destra e Sinistra. Ma, già in veste di ministro dei Lavori pubblici nel governo di Urbano Rattazzi (che lo introdusse nel proprio esecutivo, in quanto esponente moderato della Sinistra), così ebbe a giustificarsi stante la presenza di elementi di Destra nello stesso governo: “Non si può ammettere che le maggioranze debbano rimanere immutabili (…). Le idee si maturano coi fatti, e come la scienza progredisce e il mondo cammina, anche i partiti si trasformano. Anch’essi subiscono la legge del moto, la vicenda delle trasformazioni”. La pratica del cosiddetto trasformismo parlamentare (partita da Stradella…) inizia a farsi strada, e il termine caratterizzerà il linguaggio politico e, ahinoi!, il modus operandi dei governi, nei decenni avvenire della storia del nostro Paese. Ad onore del vero, in origine, l’idea non era malsana, tutt’altro: lo scontro acceso tra Destra e Sinistra, le lotte fratricide nell’ambito di ognuna delle due aree politiche (soprattutto, in quella del Depretis), i seri e tanti problemi che attanagliavano il paese (l’analfabetismo diffuso, la difficile situazione del Mezzogiorno, il clericalismo, l‘unificazione amministrativa, la politica estera, e via elencando), imponevano una serena e lucida riflessione e una proficua e leale collaborazione, compatta, tra le parti in causa, per il bene di tutti. Fatto sta che significativi risultati furono raggiunti, concretamente: la riforma scolastica, con l’istruzione elementare obbligatoria, laica e gratuita per i bambini dai sei ai nove anni; l’eliminazione della odiosa tassa sul macinato (calcolata in base alla quantità di cereale macinato. Nota curiosa: all’interno di ogni mulino, era applicato, a spese dello Stato, un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. Insomma, un registratore non di cassa, come quelli odierni, ma di…macine! Ricordate il film Il mulino del Po di Alberto Lattuada, dall’omonimo romanzo di Riccardo Bacchelli?); l’introduzione delle tariffe doganali (i dazi odierni rispolverati da Trump!) per favorire l’industria, soprattutto quella settentrionale (mi chiedo quale ossatura industriale avesse il nostro Mezzogiorno!); in materia tributaria, mantenendo le promesse elettorali, il Depretis elevò il minimo di esenzione per l’imposta di ricchezza mobile da 250 a 800 lire, concedendo pure maggiori detrazioni fiscali al settore industriale. Alcuni nei non potevano mancare. Nessuno è perfetto. Il trasformismo ridusse e annacquò il potere di controllo del Parlamento, e…trasformò il peso delle spese statali sul bilancio pubblico (si poteva immaginare e auspicare una…dieta della finanza pubblica in un paese a dieta, quotidianamente?!).
“Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l’unanimità dei consensi”: parole di Luigi Einaudi. Le dinamiche della politica, fatte di piccole calate di braghe, nel senso di compromessi, di scendere a patti, ma, senza snaturare o addirittura umiliare le altrui identità, sono addirittura auspicabili nel gioco delle parti, onde migliorare una legge (vedasi la nostra Carta Costituzionale), sedare i conflitti sociali e, …come l’acqua di un fiume, sfociare nel mare. Raggiungere la meta. A beneficio della collettività.
U’ va’ e ven, kummàra me’ (‘il viavai della comare’), come usano esplicitare in vernacolo, a Bernalda, ha pure interessato il Vate (guida della nazione italiana), Gabriele D’Annunzio, poeta, scrittore e intellettuale a tutto tondo. Nel 1897, nella veste di deputato eletto nella lista della Destra moderata, per giustificare il clamoroso passaggio sulla cadrega (con la ‘r’ fricativa!) parlamentare della Sinistra (si racconta, ma, non mi suffragano fonti attendibili e certe, che si fosse materializzato saltimbanco zompando proprio da un banco all’altro), ebbe a pronunziare il celebre motto: “Vado verso la vita” (il motivo scatenante del suo eclatante atto fu la sanguinosa repressione dei moti milanesi da parte del generale Bava Beccaris che innescò la stura delle leggi liberticide del governo Pelloux). Quel salto non fu l’unico, estemporaneo. Il Vate, più volte andò e tornò sull’estreme (e, amate) sponde di Montecitorio: fu socialista interventista, indi nazionalista, pure ‘dannunziano’, anche fascista, infine ‘afascista’. Con schietta ammissione. Allorquando si candidò con la Destra, candidamente precisò: “Bisogna che il mondo si persuada che io sono capace di tutto”. “Io sono al di là della destra e della sinistra. (…) Io farò parte di me stesso. Io sono un uomo della vita e non delle formule”. Promesse mantenute! Chapeau. Un personaggio dalla schiena dritta (hombre vertical), che mai e poi mai si sarebbe sognato, neppure in un quid novi?, di affermare: “Nasco proprio come parlamentare”! ‘Nasco poeta’, sì, eccome. Ma, non l’ha mai profferto o decantato.
È stato quotidianamente assente sui banchi parlamentari, dimostrandosi… futurista nei riguardi dei politici d’oggidì, habituè a marinare le aule delle Camere nazionali e comunitarie. Ma fuori di detto emiciclo istituzionale, il servizio reso alla causa della Patria è stato un unicum nella storia d’Italia: l’impresa di Fiume, conquistata senza colpo ferire; la redazione della Carta del Carnaro, una Costituzione che fu apprezzata in tutto il mondo; il “Discorso della siepe” (22-8-1897) in cui faceva assurgere a valore da difendere la proprietà privata; da raffinato legislatore volle “mantenere vivo il culto della lingua, letteratura e cultura italiana”; propagandò le proprie campagne elettorali da grande comunicatore a mezzo dei manifesti che riproducevano i titoli di due sue opere famose: Il piacere e L’innocente (neanche a Oliviero Toscani sarebbe venuta quest’idea geniale!). Insomma: poteva vestirsi da Arlecchino, ma la stoffa era di cachemire, di altissimo lignaggio morale e intellettuale. Una vita spesa tra sentimento e ragione. Mica un…tataranne qualsiasi.
Ciò che stride nel nostro Paese è la dicotomia tra una classe politica camaleontica e un elettorato arroccato su scelte scontate: liste civiche che fungono da specchietto per allodole (o, per allocchi); latitanza di giovani forti di cognizioni politiche, approfondite e solide, e non meno cristalline, oggi necessarie per dare un’impronta chiara e intelligibile della propria visione politico-ideologica e del proprio agire nell’ambito di una giunta. Ma, soprattutto manca un afflato etico-morale che funga da stella cometa del loro divenire in una esperienza politica, eppure da collante, nel contempo, in una coalizione. Se, oggi, pensiamo alle nostre squadre di calcio, ognuna orfana dello zoccolo duro di giocatori…tricolori, sì, abbiamo vinto abbastanza, ma, avremmo potuto calcare le gesta del Grande Torino! Una metafora che calza a pennello: dobbiamo fare squadra! Non squadristica… Poi, nello spogliatoio, possiamo darcene di laica ragione e sacra sportività, lungi da violenze e ruggini nell’animo.
Il professor Gianfranco Miglio era dell’idea che la “classe politica” non era davvero una “élite”, secondo l’accezione più nobile teorizzata dall’economista e sociologo Vilfredo Pareto, bensì una composizione di individui che “lottano per ottenere o conservare il potere politico”.
Berardino Grillo


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