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di Salvatore Primiceri* – Scriveva Giacomo Leopardi nello Zibaldone: “Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della maraviglia, del timore etc“. Eppure viviamo un’epoca fatta di urla e sovraffollamento di parole, spesso usate a sproposito, soprattutto quando siamo arrabbiati o abbiamo paura. Sentiamo il bisogno di parlare, di dire la nostra a tutti i costi, di correre verso non si sa bene cosa.

Un discorso con parole inappropriate è come una melodia cantata su accordi sbagliati. L’armonia diventa disordine, il disordine crea rumore e fastidio. La quantità delle parole è diventata necessità, la qualità delle parole è invece rarità. Nonostante ciò, in pochi ricorrono al silenzio interiore per riordinare le idee. Siamo poco avvezzi alla riflessione e alla contemplazione.
Ricordo che anni fa ero alle prese con un trasloco. Un amico molto gentile mi ospitò per pochi giorni, giusto il tempo necessario per poter prendere possesso della nuova casa. Egli abitava in una graziosa casetta tra una campagna e una collina pochi chilometri fuori città. Io ero abituato a città medio-grandi, al traffico sotto casa, al suono del treno ogni mezzora, all’incontro continuo con persone, alle passeggiate su corsi pieni di attività commerciali. Quell’isolamento e quel silenzio mi incutevano timore e spaesamento. Dovetti, per quei pochi giorni, adattarmi ad una quotidianità molto diversa dal solito. La prima sera avevo paura persino ad attraversare il vialetto buio che divideva la casetta dal posteggio dell’auto; il secondo giorno fui preso da un po’ di noia e impazienza; il terzo iniziai a rilassarmi. Da lì in poi presi a osservare il paesaggio, gli animali, a pensare, a leggere, ad ascoltare il sottofondo della natura, a chiacchierare in giardino con il mio amico, a oziare… In poche parole riuscii a godermelo talmente tanto quel “silenzio” che me ne portai un pezzo con me in città. Da quella esperienza mi accompagna in alcuni momenti della giornata e mi ricarica, soprattutto nelle difficoltà.
Diceva Seneca nel suo saggio De Otio dedicato alla contemplazione: “Tutti sono d’accordo nel ritenere che vivendo in società è difficile rimanere immuni dai vizi, e allora, se non abbiamo altro mezzo per salvarci da essi, isoliamoci: basta questo a renderci migliori“.
E la socialità, il confronto, le relazioni con gli altri, dove le mettiamo?
Chi ci impedisce – continua Seneca – pur vivendo appartati, di avvicinare uomini virtuosi e ricavarne un esempio su cui modellare la nostra esistenza?“.
E ancora: “Siamo sballottati di qua e di là come dai flutti o dal vento, e ora ci attacchiamo a una cosa, ora ad un’altra, lasciamo ciò che avevamo cercato e ricerchiamo ciò che avevamo lasciato, in un altalenante avvicendarsi di desideri e pentimenti“.
Questo avviene, per Seneca, perché dipendiamo spesso dalle opinioni degli altri. Il caos verbale e le abitudini, non sempre salutari, ci rendono incapaci di fermarci a ragionare con la nostra testa.
Non c’è nulla di male a fermarsi. A volte non è nemmeno necessario farsi delle opinioni e partecipare al dibattito chiassoso della folla. “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere“, ammoniva Wittgenstein. Ricordate Pirrone e gli scettici di cui abbiamo parlato tempo fa? Egli ci insegnava che, di fronte all’impossibilità di esprimersi con certezza è meglio sospendere il giudizio. Così, mentre le voci degli altri si sovrapporranno rendendosi inascoltabili, la nostra anima diventerà imperturbabile.
Priva di rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza rapporto con la parola il silenzio diviene mutismo”, affermava Romano Guardini.
E allora sforziamoci di recuperare l’accordo del silenzio, per rendere più armoniche le nostre giornate e le nostre parole.

Salvatore Primiceri

*Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

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