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di Avv. Giovanni Reho – Come più volte ribadito dalla Suprema Corte il suo compito non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella sentenza impugnata né quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione.

Anche quando il ricorrente prospetta (con le prove ammesse ovvero offerte), una migliore e più appagante (ma pur sempre soggettivo) coordinamento dei dati fattuali acquisti in giudizio, il compito devoluto alla Corte di Cassazione non può essere quello di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008).

Rientra invece nel ruolo della Suprema Corte controllare se questi ultimi abbiano dato effettivo conto, in ordine ai fatti storici rilevanti in causa, delle ragioni del relativo apprezzamento, come imposto dall’art. 132 n. 4 c.p.c., e se tale motivazione sia solo apparente ovvero perplessa o contraddittoria (ma non più se sia sufficiente: Cass. SU n. 8053 del 2014).

In altri termini, la Corte di legittimità deve verificare se il ragionamento probatorio adottato dai giudici di merito, quale risulta manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato in ordine all’accertamento dei fatti storici rilevanti ai fini della decisione sul diritto azionato, sia stato adottato all’interno di un perimetro logico ragionevole e plausibile (Cass. n. 11176 del 2017).

Questo principio consente di valutare correttamente i motivi di impugnazione delle sentenze nel rispetto del ruolo proprio del Giudice di legittimità evitando l’inammissibilità del ricorso.

Avv. Giovanni Reho, rehoandpartners

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