di Giovanni Reho – Molte testate giornalistiche riportano dati allarmanti sulla fuga dei giovani italiani all’estero.
“Boom di giovani in fuga dall’Italia, sono oltre un milione” (“Qui Finanza” https://quifinanza.it/economia/giovani-italiani-estero-dati-2024/823439/);
“I giovani e la fuga dall’Italia” (“Il sole 24 Ore”)
“L’emergenza è l’emigrazione: la fuga dei “giovani cervelli” dall’Italia” (“Avvenire”)
“Giovani e cervelli in fuga: 4,5 miliardi all’anno per istruirli. E poi regaliamo i benefici all’estero” (“Il Corriere della Sera”) https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/giovani-cervelli-fuga-45-miliardi-all-anno-istruirli-poi-regaliamo-benefici-all-estero/e0250abe-fbc7-11ee-bd7d-ba8cac63572b-va.shtml
L’analisi per Il Corriere della Sera di Milena Gabanelli è preoccupante.
Ben 1.300.000,00 giovani hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni. Tra questi, centinaia di migliaia di diplomati e ben 390.000,00 laureati.
Allo Stato italiano, secondo le stime OCSE, un solo diplomato costa 77.000,00 euro e ogni singolo laureato ben 164.000,00 euro (senza contare i costi altrettanto significativi a carico delle singole famiglie di provenienza).
Dalle stime del “Corriere della Sera” emerge un altro dato preoccupante.
Su 17 laureati solo 1 rimane in Italia.
La drammatica conclusione è che ogni anno – secondo le statistiche accreditate che emergono dal dossier di Milena Gabanelli – l’Italia investe per ‘i giovani in fuga’ ben 4,5 miliardi di euro all’anno letteralmente regalati ad altri Paesi che sfruttano tutti i vantaggi e benefici ai danni dell’intera comunità italiana.
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La fuga dei giovani italiani, spesso qualificati, rappresenta un fenomeno che non può essere letto come una semplice dinamica di mobilità internazionale, bensì come una vera e propria emorragia strutturale di capitale umano, con conseguenze di medio e lungo periodo sull’intero sistema-Paese.
Se, da un lato, la mobilità internazionale può arricchire competenze, esperienze e reti relazionali, dall’altro il dato quantitativo e qualitativo della diaspora giovanile italiana assume i contorni di un allarme sociale. Le cifre riportate dalle fonti istituzionali e giornalistiche, e in particolare l’analisi di Milena Gabanelli, mostrano una dinamica asimmetrica: il Paese investe, forma, sostiene, ma non riesce a trattenere.
Questo squilibrio genera due effetti distorsivi principali:
- Depauperamento delle risorse interne: l’Italia perde sistematicamente energie, competenze e innovazione. Il fatto che su 17 laureati solo 1 rimanga in Italia è il segnale di un fallimento del sistema Paese nell’offrire opportunità professionali, condizioni lavorative dignitose e orizzonti di crescita.
- Redistribuzione passiva dei benefici: le economie estere, in particolare del Nord Europa, ma anche Canada e Stati Uniti, beneficiano di professionisti già formati, con un investimento nullo. Un paradosso che somiglia a una “delocalizzazione inversa della conoscenza”.
La questione ha anche implicazioni giuridiche, che meritano di essere richiamate. La Costituzione italiana all’art. 4 riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e all’art. 34 sancisce il diritto allo studio come principio fondamentale. Il diritto allo studio, tuttavia, deve essere letto in stretta correlazione con la sua finalità: consentire a ciascuno di sviluppare le proprie potenzialità nell’ambito della Repubblica. Quando i beneficiari del sistema formativo lasciano il Paese in massa, questo patto sociale si spezza.
A ciò si aggiunge un ulteriore profilo problematico: la scarsa valorizzazione del merito e delle competenze nel sistema italiano, spesso segnato da logiche clientelari o da rigidità burocratiche che penalizzano i giovani più dinamici. La fuga non è solo verso l’estero, ma anche da un sistema percepito come immobile, iniquo e privo di visione.
In tale contesto, le Università italiane hanno il compito di attivarsi in modo strutturato per monitorarne gli esiti o per promuovere politiche di retention dei talenti. Le università devono essere attori attivi di rigenerazione sociale. Non basterà riformare i meccanismi di accesso al mondo del lavoro o aumentare il numero di borse di dottorato: occorre un nuovo patto generazionale, fondato sulla valorizzazione delle eccellenze, su una fiscalità incentivante e su una politica industriale che coinvolga Università, imprese e territori.
In conclusione, il fenomeno della fuga dei giovani italiani all’estero non è più una questione da relegare alla statistica, né un destino ineluttabile da accettare con rassegnazione. Si tratta di una vera e propria emergenza nazionale, che coinvolge le istituzioni, il mondo accademico, l’economia, la società civile e il tessuto produttivo.
Ogni giovane che lascia l’Italia è il risultato di una scelta razionale ma drammatica: quella di abbandonare un Paese che rischia di smettere di offrire speranza. Ogni laureato che emigra rappresenta un investimento pubblico che non produce ritorno, una perdita secca per il bilancio dello Stato e per l’identità collettiva.
In un contesto in cui l’Italia affronta contemporaneamente un declino demografico, un aumento del debito pubblico, e una transizione digitale e ambientale epocale, non possiamo permetterci di disperdere risorse umane qualificate.
Non è solo una questione economica: è una scelta identitaria. Se continueremo a formare per altri, a istruire per l’esodo, a finanziare l’intelligenza per consegnarla altrove, comprometteremo definitivamente le fondamenta della nostra democrazia e della nostra coesione sociale.
Giovanni Reho, rehoandpartners


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