I confini, si sa, sono linee di demarcazione che separano tra loro gli stati. Di solito sono una divisione tra popoli diverse e culture differenti, magari tracciati sfruttando elementi morfologici del terreno come montagne e fiumi. Altre volte sono frutto di accordi a tavolino attuati da governatori o da politici estranei che non tengono conto di eterogeneità e omogeneità, creando segmenti che non rispecchiano la realtà locale dei popoli. È accaduto spesso in Africa, soprattutto quando le potenze coloniali dei secoli passati decidevano come spartirsi i territori per evitare lunghe, estenuanti e sanguinose guerre. Ma alcuni casi possono essere individuati anche all’estero, come per esempio in Asia, dove è possibile imbattersi nel confine che molti considerano il più pericoloso del mondo. Si tratta di una linea tracciata in prossimità del trentottesimo parallelo che attraverso la penisola coreana e separa la Corea del Sud, formalmente conosciuta come Repubblica di Corea, e quella del Nord, o Repubblica Popolare Democratica di Corea. La prima ormai caratterizzata da un capitalismo sfrenato, la seconda invece da un teorico comunismo.
Un confine conosciuto anche come zona demilitarizzata, un’area cuscinetto tra le due potenze che sono ancora oggi in una situazione di tensione che potrebbe sfociare in una nuova guerra. Tutto è nato con la seconda guerra mondiale: con il Giappone in disfatta, l’Unione Sovietica si mosse dal nord verso il sud per cacciare i soldati imperialisti. Una mossa che convinse gli Stati Uniti a fare lo stesso per evitare di ritrovarsi con la nota penisola asiatica sotto il controllo dell’acerrimo rivale, una nazione completamente sotto il controllo zarista che sarebbe stata alleata di Cina e Russia. Le truppe dei due stati si fermarono verso metà, e ognuna delle due superpotenze ebbe modo di insediare un governo amico nelle rispettive aree di influenza. Negli anni cinquanta però il nord invase il sud, in un tentativo di riunificare tutto il territorio sotto un unico vessillo, di ricreare una nazione unitaria che riunisse un solo popolo con una comune cultura, non essendoci particolari distinzioni tra gli abitanti dell’area settentrionale e quella meridionale. La guerra terminò ancora una volta lasciando le due nazioni divise ma portò una ancora maggior separazione tra le parti, di fatto scindendo in maniera indelebile non solo una nazione ma anche intere famiglie.
Una peculiarità che è chiaramente molto sentita nella penisola, come testimonia la ricca produzione cinematografica, la politica, le associazioni per la riunificazione e quella per l’aiuto ai rifugiati che dal nord fuggono al sud. Tra i due governi le tensioni non vengono mai meno, talvolta con momenti più distensivi, altri con scambi di artiglieria che fanno temere il peggio: impossibile non aver paura che qualcosa possa capitare all’improvviso. Dopotutto è una tensione che si auto-alimenta: da una parte i test missilistici di Pyongyang, dall’altra le esercitazioni congiunte che vedono schierarsi uomini e mezzi di Seoul e di Washington.
Keum Suk Gendry-Kim ha dato vita a un libro a fumetti, di fatto si tratta di un vero e proprio saggio, che racconta attraverso la nona arte la situazione delle due Coree, raccogliendo tra le sue pagine non solo le esperienze personali della donna, in particolare le sue paure, ma anche elementi di storia, interviste a uomini coinvolti in prima persona come l’ex presidente della Corea del Sud, vicende del passato, come la storia del bambino portato in Sud America per offrirgli una vita migliore facendogli però perdere i contatti con la sua famiglia e con la sua cultura, nonché i giochi politici e quelli di potere che avrebbero avuto luogo a Pyongyang.
Il tema è certamente molto sentito dalla fumettista che già sullo stesso argomento aveva pubblicato L’albero nudo, edito in Italia sempre sotto il marchio della casa editrice milanese Bao Publishing, ma anche a opere con una forte attenzione all’aspetto etico-sociale come in La stagione delle piogge, L’attesa o Le malerbe.
Il mio amico Kim Jong-un è un vero e proprio gioiello che permette di affrontare l’argomento in maniera delicata e con un tocco particolarmente sensibile. Una narrazione coinvolgente e chiara che non vuole puntare il dito contro qualcuno ma raccontare in maniera schietta e sincera una situazione evitando di esprimere un giudizio: assegnare colpe o rivangare il passato non aiuta il processo di pace e diventa un ostacolo talvolta insormontabile. Dopotutto errori sono stati compiuti da entrambe le parti e sia il governo di Pyongyang che quello di Seoul hanno i loro scheletri nell’armadio, eventi che sono più o meno conosciuti dal grande pubblico e che sono fonte di imbarazzo.
Le tavole presentano disegni che sfruttano non solo il bianco e il nero ma uniscono due cromie, l’azzurrino e il violetto, che permettono giochi di contrasto, consentono di evidenziare contrapposizioni, ma soprattutto che danno una apparente maggior autorevolezza a un libro che già trapela profondità. È un approccio che si percepisce non solo nelle tinte ma anche nello stile del disegno, nelle scelte registiche delle inquadrature, nei ritmi narrativi nonché nell’impaginazione della tavola.
L’edizione italiana è ottima: un formato di pregiata fattura unisce una copertina rigida con fogli bianchi e di buona grammatura che trasmettono una sensazione di importanza, quasi fosse un’opera monumentale. La cura della traduzione e dell’adattamento è eccellente, offrendo un’opera che rende chiaro e semplice un argomento dannatamente complesso e articolato, trasmettendo le sensazioni che un coreano percepisce sulla propria pelle.
Titolo: Il mio amico Kim Jong-un
Autore: Keum Suk Gendry-Kim
Editore: Bao Publishing



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