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Tra i dialoghi platonici meno frequentati dal grande pubblico, il Menesseno occupa un posto singolare e, per certi versi, sorprendente. A differenza di opere più celebri come l’Apologia o il Fedone, qui Platone non costruisce un confronto serrato su un problema filosofico, ma mette in scena un’orazione funebre, un discorso pubblico pronunciato in onore dei cittadini caduti in guerra.

È proprio questa forma a rendere il dialogo particolarmente interessante. Il Menesseno si apre con un breve scambio tra Socrate e il giovane Menesseno, incentrato sulla consuetudine ateniese di celebrare i morti con un elogio ufficiale. Socrate, con il suo consueto tono ironico, osserva come questi discorsi siano sempre efficaci e suggestivi, capaci di esaltare la città e i suoi valori, ma anche di affascinare e persuadere gli ascoltatori attraverso la forza delle parole.

Subito dopo, egli afferma di aver appreso da Aspasia – figura storica legata a Pericle e simbolo di cultura e intelligenza – un’orazione funebre perfetta, che si offre di recitare. Da questo momento il dialogo si trasforma in un lungo discorso, costruito secondo il modello tradizionale degli epitafi ateniesi.

L’orazione segue uno schema ben definito: la celebrazione dell’origine della città e dei suoi abitanti, il ricordo delle imprese degli antenati, l’esaltazione della costituzione politica e delle guerre combattute per la libertà, fino all’elogio dei caduti recenti e all’esortazione rivolta ai vivi. Si tratta di un testo che, per struttura e contenuti, richiama da vicino il celebre discorso di Pericle tramandato da Tucidide.

Eppure, dietro questa apparente adesione alla tradizione, emerge un elemento più profondo. Il Menesseno non è soltanto un esercizio retorico, ma anche una riflessione sul linguaggio politico e sul rapporto tra retorica e verità. L’elogio della città, la celebrazione delle imprese e la costruzione di una memoria condivisa mostrano come la parola pubblica possa contribuire a formare l’identità di una comunità. Allo stesso tempo, l’ironia iniziale di Socrate invita a non accettare passivamente il discorso, ma a interrogarsi sulla sua natura e sui suoi limiti.

Il dialogo si muove così su un doppio livello. Da un lato, riproduce con grande abilità il modello dell’orazione funebre, con il suo linguaggio solenne e i suoi temi ricorrenti; dall’altro, suggerisce una distanza critica, che apre alla riflessione filosofica. Il lettore è chiamato a cogliere questa tensione: tra ciò che persuade e ciò che è vero, tra l’esaltazione civica e l’indagine razionale.

In questo senso, il Menesseno offre una chiave di lettura originale per comprendere il pensiero politico di Platone. Non si tratta di un trattato sistematico, ma di un testo che mostra, dall’interno, il funzionamento della retorica pubblica e il suo ruolo nella vita della città.

Proprio per rendere più accessibile un dialogo così particolare, è recentemente uscito il volume Il Menesseno di Platone spiegato capitolo per capitolo, di Salvatore Primiceri, pubblicato nella collana Paradoxa Filosofia. Il libro propone la traduzione del dialogo accompagnata da una spiegazione progressiva delle singole sezioni, con l’obiettivo di guidare il lettore nella comprensione del testo, senza rinunciare alla fedeltà al pensiero platonico.

In un momento in cui il rapporto tra parola pubblica, politica e verità è tornato al centro del dibattito contemporaneo, la lettura del Menesseno si rivela particolarmente attuale. Platone mostra come il linguaggio possa costruire consenso, identità e memoria, ma anche come sia necessario mantenere uno sguardo critico, capace di distinguere tra ciò che persuade e ciò che è realmente giusto.

Stefano Bassi

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