debito_pubblico-greco(di Giulio Perrotta) Il debito greco incide necessariamente sul bilancio degli Stati Membri della Comunità Europea!

Questa affermazione non è dettato da questioni politiche: deriva più che altro da un’attenta valutazione economica e contabile dei conti della nazione ellenica.

La crisi in Grecia inizia ufficialmente nell’autunno del 2009, quando il Primo Ministro George Papandreou rivela pubblicamente che i bilanci statali inviati dai precedenti governi greci all’Unione Europea erano stati falsificati, con l’obiettivo di garantirsi la permanenza nell’Euro-Zona: una vera e propria truffa finalizzata, con artifici e raggiri, a garantirsi un “vantaggio” politico e (soprattutto) economico.

Da quelle forti dichiarazione, i timori di una crisi del debito sovrano hanno strozzato gli investitori e la loro capacità finanziaria, incidendo negli obblighi di rispetto del debito, a causa della forte crescita del debito pubblico.

Questo portò in breve tempo a una crisi di fiducia, manifestata nella crescita dello spread di rendimento delle obbligazioni e il costo di un’assicurazione contro i rischi sul “credit default swap” rispetto soprattutto alla Germania; il declassamento del debito pubblico greco a “junk bond” nell’aprile 2010 creò allarme nei mercati finanziari, fino all’approvazione nel maggio 2010 da parte dei paesi dell’Euro-Zona e del Fondo Monetario Internazionale di un primo prestito di salvataggio pari a 110 miliardi di euro, dietro l’obbligazione di imporre al popolo greco severe misure di austerità. Nell’Ottobre 2011 (ratificato poi nel Febbraio 2012), i leader europei hanno deciso di offrire un secondo prestito di salvataggio da 130 miliardi di euro, condizionato dall’attuazione di un altro duro pacchetto di austerità, oltre una ristrutturazione del debito precedente, riducendo il peso del debito previsto da un 198% del PIL nel 2012 al 120,5% del PIL entro il 2020.

Tra il 2012 e il 2014, due nuove iniezioni economiche hanno alzato il debito fino alla soglia odierna di 312 miliardi di euro (quota debito del 60% detenuto dagli Stati della Comunità Economica), costringendo il capo di partito SYRIZA e nuovo capo di Governo, Alexis Tsipras ha negoziare con la BCE, il FMI e la CE per ristrutturare il pagamento del debito, pena il default del paese.

Tsipras, a fine Giugno 2015, con un discorso pubblico, decide quindi di indire un referendum per il 5 luglio 2015, sul quale gli elettori saranno chiamati ad accettare o rifiutare le proposte di ristrutturazione del debito fornite dai creditori.

Insomma, il debito greco sta mettendo in seria difficoltà l’Euro-Zona, e questo accade in buona sostanza per 3 ragioni:

a) la Grecia fa parte della Comunità Europea (dal 1981) e il fallimento di uno Stato coinvolge necessariamente l’intero assetto politico ed economico dell’Euro-Zona;

b) il debito pubblico è detenuto per il 60% dalla Germania, dalla Francia, dall’Italia e dalla Spagna;

c) il default ellenico coinvolgerebbe a catena i mercati finanziari di tutto il mondo.

Per ovviare a questo “incidente di percorso”, sono scesi in campo anche gli Stati Uniti d’America e la Russia, a modo loro: il primo, per appoggiare un eventuale accordo monetario in favore della Grecia, cercando comunque di convincere il Governo ellenico a tornare sui suoi passi e garantire la liquidità per rispettare le obbligazioni assunte; il secondo per favorire un accordo globale chiamato “BRICS”, che prevede la creazione di una moneta alternativa all’Euro (firmatari dell’accordo sono il Brasile, la Russia, l’India, la Cina e il Sud Africa), portandosi dentro la Grecia e anche l’Italia.

(continua…)

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