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di Giovani Reho – In tempo di pandemia, il green pass è il lasciapassare per ristoranti e stadi, non sempre per i luoghi di sofferenza, negli ospedali e nelle case di cura. Le regole sono diverse da regione a regione, per ogni ospedale e, addirittura, di reparto in reparto.

Questa disordinata stranezza pone interrogativi ai quali, come per molti altri in questo difficile periodo, non possiamo dare risposte appaganti.

Alcuni giorni fa, un’anziana donna affetta da Alzheimer è caduta fratturandosi l’omero. Trasportata in ospedale per un intervento urgente è in preda ad un profondo perturbamento emotivo.

Il tempo, il luogo, le persone, nulla attorno a lei sono familiari. Il dolore della perdita dei propri riferimenti affettivi e domestici è talmente lancinante da rendere sordo anche l’acutissimo dolore fisico provocato dalla grave frattura. A causa di una malattia impietosa, che sgretola la mente come una zolla sotto la pioggia, vive una dimensione di terrificante estraneità che la sua fragile memoria non può accettare.

La percezione nemica per ogni cosa le ruoti attorno provoca un inarrestabile senso di panico e paura. Implora di tornare a casa e, piangendo, ogni suo pensiero lucido è solo per l’uomo che ha sposato sessanta anni fa. Si chiede dove sia e come possa vivere a casa senza di lei.

Questo pensiero d’amore l’assilla più di ogni altra paura. Non c’è per lei mistero più doloroso ed allarmante di quello per il marito ultranovantenne, invalido sulla sedia a rotelle che immagina da solo a casa nell’inquieta attesa della sposa amata.

Nulla possono figli e familiari contro le rigide regole del reparto nel quale è ricoverata l’anziana donna.

La porta metallica che vieta l’accesso è l’ermetica barriera agli affetti umani in tempo di Covid. Quella porta imprigiona la disperazione dell’anziana donna che si chiede senza risposta quale colpa abbia commesso per essere stata allontanata e abbandonata da casa e che inutilmente continua a supplicare la vista di un volto amato, dello sposo e dei figli.

L’anziano sposo sulla sedia a rotelle si muove lento in casa col volto sul petto. La sua testa pesa di dolore e quel piegamento gli giova almeno nello sforzo di non sorreggerla.

Egli è impotente alle regole nel tempo del Covid. Non ne parla e non le giudica. Le accetta e basta. Ma l’amore scorre lungo un canale sintonico, incorruttibile dalla stessa malattia, che nessuna barriera può fermare. L’amore è saggio più di ogni altra forza, supera ogni barriera più dell’acqua e più dell’aria.

Dalla ninfa delle radici del suo profondo amore, sgorga l’unica forza di cui è capace. Allunga il braccio sul tavolo; riesce appena ad afferrare la penna che rotolando rischia di cadere a terra e di sfuggire alla presa di una mano inturgidita dalla malattia e dal tempo. L’uomo stacca poi un foglio da una vecchia agenda che indica una data lontana di un anno dimenticato e scrive:

“Cara Giuseppina, ho passato un costante tormento da quando ti ho visto a terra. Ebbi la fortuna di telefonare ai figli. Ora l’ospedale uccide gli affetti, esagerando. Soffro per te. Non riposo più. Ti amo tanto. Coraggio. Ti aspetto presto. Coraggio. Coraggio. Con amore, tuo per sempre. Ferdi.”

Ferdinando ha invocato che il suo foglio fosse presto consegnato alla moglie perché le possa giovare un lieve conforto e almeno un temporaneo sollievo.

Un giovane infermiere dal cuore grande si appresta premuroso al letto dell’inferma. Con la mano sventola il foglio come vessillo di un trionfo. “Signora, signora! È arrivata una lettera di suo marito! Gliela leggo subito se vuole”.

Giuseppina alza il capo e come stordita sussurra: “Dove sono, dov’è mio marito? Perché mi scrive?”. Cerca poi di ricomporsi nell’intimo pudore di dare prova almeno in apparenza di capire, di sapere, di riconoscere, di aver ritrovato alla svelta un minimo riferimento logico, nel tempo e nello spazio. Ma la sua mente la ignora, le trasmette segnali contraddittori e a voce bassa l’anziana donna si chiede: “Cosa mi succede, perché non mi ritrovo, dov’è mio marito? Fatemi tornare a casa”.

Il giovane legge lentamente ogni parola del foglio della vecchia agenda, mentre Giuseppina si tocca il capo per rimettersi in ordine i capelli bianchi, ascoltando impaurita con l’ansia che non l’abbandona mai come se fossero nate insieme. Il suo volto si scioglie in un leggero sorriso mentre flebile la memoria sembra riemergere, quasi fosse una marea intermittente.

“Oh! Si, Ferdinando! Mio marito era un insegnante. Scrive bene. Lui è sempre molto profondo. Fatemi tornare a casa da lui. Io con lui sto bene. Non possiamo stare lontani. La prego, gli dica che lo amo e che torno a casa subito da lui”.

In tempo di Covid, l’amore si è fatto strada senza alcun lasciapassare con un foglio di una vecchia agenda dimenticata. Le parole di un anziano sposo lontano hanno risvegliato la memoria di una anziana sposa impaurita. Nella stanza muta, dove girovagano nell’aria e nell’odore i fantasmi di ogni dolore umano, si è posato su tutti un raggio di sole che scalda.

Quel foglio di una vecchia agenda, strappato lungo una rima irregolare, ha illuminato d’amore la stanza di un ospedale in tempo di pandemia.

La memoria di Giuseppina è un’agenda con i giorni che scorrono inesorabili lungo un tempo fugace ed incerto; eppure, ogni foglio della vita scritto con amore riempie un luogo insaziabile dello spirito che non si svuota mai.

Vorrei che questa amara e dolce esperienza d’amore sia ascoltata e compresa da chi può aprire le porte e le finestre al calore del sole per accogliere ogni affetto e desiderio umano.

Perché tutti coloro che godono di memoria possano sempre ricordare.

Giovanni Reho

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