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Soltanto pochi giorni fa ero comodamente rilassato sul ponte della nave, alternando le mie giornate tra il farmi coccolare dai raggi del sole e il rinfrescarmi con un tuffo in piscina. Sarebbe dovuta essere una vacanza magnifica, una di quelle che magari fai solo una volta nella vita ma in cui vivi emozioni così forti da diventare un ricordo indelebile. Beh, un ricordo indelebile lo ha in effetti regalato, anche se ben diverso da quello che avrei voluto o da quanto avrei mai potuto immaginare. Durante la notte un improvviso stridore mi ha risvegliato: la nave aveva urtato uno scoglio rimanendo incastrata. Non solo. Un gigantesco squarcio sulla fiancata decretava l’impossibilità di salvare in qualche modo la nostra imbarcazione. Fortunatamente vicino c’era un’isola, uno di quegli atolli disabitati che durante la vita lavorativa aneli come ideale luogo dove rilassarti, lontano da altre persone e dai problemi di tutti i giorni. Ma nella realtà, l’isola paradisiaca richiede ai suoi ospiti di rimboccarsi le maniche, di preoccuparsi di recuperare acqua e cibo per sopravvivere e di fare attenzione a tutti quei pericoli che la natura selvaggia cela. Sbarcati, con alcuni altri naufraghi ci siamo organizzati: Marco e Lucia sarebbero andati a pescare, Chiara e Fabrizio a raccogliere l’acqua dalle foglie degli alberi, Giovanni e Patrizia a recuperare qualcosa di utile dalla nave, prima che si inabissi per sempre. Io però avevo un tarlo nella testa, un pensiero fisso che non mi lasciava stare tranquillo: sull’isola non c’era anima viva, la nave con cui eravamo arrivati fin qui non ci avrebbe potuto portare in salvo e nessuno sarebbe venuto a cercarci prima di qualche settimana. Ma in questa zona di mondo la stagione delle piogge sa essere molto violenta e nel giro di qualche giorno un tremendo nubifragio si sarebbe abbattuto sull’atollo condannandoci a morte certa. Dovevo recuperare della legna utile per costruire una zattera con cui abbandonare questo falso paradiso. Ecco perché ora sono qui, ai limitari del bosco, in cerca di qualche pezzo di legno sufficientemente grosso da poter utilizzare per il mio scopo… Ma cosa stanno facendo Marco e Lucia? Perché non sono a pescare ma stanno portando bottigliette d’acqua e cibo in scatola verso l’interno dell’isola? Stanno confabulando qualcosa. Avremmo dovuto lavorare tutti insieme ma qualcuno sta gettando le basi per un piano di riserva. Devo farmi subito degli alleati oppure rischio di essere la prima pedina sacrificabile del gruppo.

In Hellapagos un gruppo di giocatori dovrà riuscire a sopravvivere al naufragio su un’isola deserta fino al momento in cui avrà realizzato una zattera per fuggire e tornare al mondo civilizzato. Per riuscire nell’intento è necessario che ciascuno si adoperi in una collaborazione che permetterà di raccogliere cibo, recuperare acqua da bere, oggetti utili e allo stesso tempo legname per realizzare l’improvvisata imbarcazione con cui salvarsi. Ma non sempre in Hellapagos ci sono risorse per tutti: quando queste non sono più sufficienti scatta l’aspetto competitivo del gioco, quello in cui ciascuno cercherà di restare in vita anche a discapito degli altri.

Le regole di Hellapagos sono semplici. Tranne il turno iniziale, si cambia il primo giocatore, che è colui che in caso di un pareggio nelle votazioni potrà avere l’ultima parola sulla decisione finale, quindi si estrae la carta meteo, utile a capire quanta pioggia cadrà sull’isola o, nel caso dell’arrivo di un violento nubifragio, indicherà l’imminente fine della partita. A questo punto ogni giocatore può compiere una azione tra il pescare pesce per incrementare le riserve di cibo, raccogliere acqua per aumentare le riserve da bere, procurarsi della legna per costruire la zattera oppure recuperare riserve dal relitto della nave.

Inizia quindi il momento del controllo delle risorse: per ogni giocatore in vita sarà necessario consumare una dose di acqua per sopravvivere alla giornata. Se queste non fossero sufficienti per tutti, chi non ha avuto modo di bere rischierà di morire. Per decidere chi sia la vittima sacrificale bisognerà dar luogo a una votazione, e se a morire saranno più giocatori anche le votazioni dovranno essere molteplici. Fatta la scelta, ci sarà ancora modo di salvarsi: utilizzando una risorsa messa precedentemente da parte oppure… beh, se tra gli oggetti c’è una pistola, un motivo dovrà pur esserci. Successivamente si dovrà seguire la stessa procedura per le razioni di cibo. A complicare la situazione dei presenti c’è il rischio di finire malati, magari avendo bevuto dell’acqua non potabile oppure venendo morsi da un serpente durante la ricerca del legname.

Hellapagos diventa così un gioco cooperativo con elementi competitivi. Tra bluff, accordi stipulati e successivamente magari infranti, con trame e tradimenti impiegati per restare in vita fino alla fine, il gioco risulta ben equilibrato, nonché capace di dosare in maniera ottima l’ambito cooperativo lasciando sempre elevato l’aspetto competitivo e minando la fiducia tra i partecipanti.

Gianfranco Broun

Titolo: Hellapagos

Editore: Ghenos Games

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