di Lavinia Reho – Il filosofo Umberto Galimberti, nella conferenza organizzata per Bookcity tenutasi il 15 Novembre del 2020, racconta attraverso il suo libro “Heidegger e il nuovo inizio” come il nostro pensiero ormai impregnato dal calcolo e appunto dalla tecnica, partito dalla seconda svolta Platonica, sia stato teorizzato da uno dei più grandi pensatori del ‘900: Martin Heidegger.

Heidegger definisce metafisica il salvare le cose del mondo e il metterle a disposizione dell’uomo; questa concezione è nata dopo la seconda navigazione, nella quale avviene la svolta metafisica di Platone. L’intento di quest’ultimo è σοζα τα φαινομενα (salvare i fenomeni), ovvero salvare le cose del mondo dalla possibile rapina del mondo e perciò organizza la visione di quest’ultimo in due scenari: il primo scenario è l’iperuranio che è lo scenario di eternità, dove ci sono le idee. È uno scenario del mondo sensibile ove le cose imitano le idee. Questo vuol dire che io ho l’idea di triangolo perché è già insita in me e di conseguenza io questa idea l’ho già vista, l’ho già conosciuta nel mondo delle idee; da questo concetto l’immenso Platone ne trae la dottrina gnoseologica dell’innatismo, secondo la quale la mia anima conosce in precedenza i valori come il bello, il vero, il buono perché li ha già visti nel mondo delle idee. Ma dato che non ci si può fidare dei sensi per un sapere universale e valido per tutti bisogna avere le idee, ovvero costrutti della mente che sono metafisici che vanno oltre al mondo fisico. Platone in questo modo ha inventato l’anima.

L’anima non esiste nella cultura ebraico-cristiana; i cristiani nonostante siano convinti di avere un’anima, quando recitano il credo dicono che non credono nell’immortalità dell’anima come quella platonica, ma nella resurrezione dei corpi. Credono, difatti, nell’incarnazione: credono nel Figlio di Dio che si fa uomo, il quale nasce, predica, muore ed infine risorge. Il cristianesimo è una religione dei corpi, e questo è anche attestato dall’iconografia (solo nelle chiese sono raffigurate statue di corpi, al contrario delle altre due religioni monoteiste).

Agostino invece prende il concetto di anima da Platone non però con il fine della conoscenza universale ma con quello della salvezza. Quindi noi oltre al corpo abbiamo un’anima. Il corpo è corruttibile, al contrario dell’anima perché in questa si rivela il Cristo, la Verità; da ciò ne scaturirà l’organizzazione della città terrena e della città celeste, teorizzate nel “de civitate dei”.

Da questa visione ne deriverà la visione di realtà corruttibile e spirituale che hanno oggi i cristiani, anche se il cristianesimo attuale dissente totalmente.

Cartesio tuttavia inventa la scienza e la tecnica, la quale genera le cose che ci sono e poi una volta consumate vengono riprodotte.

Heidegger, influenzato anche dai geniali pensatori sopra elencati, ritiene che la terra è caratterizzata da un pensiero calcolante, cioè tecnico. Il filosofo tedesco crede che il fatto che il mondo sia governato dalla tecnica sia inquietante ma non come il fatto che non ci sia né un messaggio né tanto meno un mondo alternativo, e che in seguito di ciò non si capisce che cos’è il vero, il bello e il giusto. Un’opera d’arte quindi per il pensiero del calcolo è bella quando entra nel mercato, non per le emozioni che essa suscita. Non vi è un messaggio alternativo alla metafisica soprattutto a causa dell’avvento dell’umanesimo, il quale metteva al centro uomo come padrone del mondo e da questa visione ne è scaturita la tecno – scienza.

Heidegger crede però che ci sia stato un altro inizio, che risale ai filosofi della physis, i quali affermavano che la natura è una condizione immutabile che è sempre stata, che oggi però viene utilizzata solo come strumento da sfruttare. Infatti il filosofo risponde al direttore del Der Spiegel: partendo dal “Prometeo incatenato”, in cui proprio lo stesso Prometeo afferma che la tecnica è più debole delle leggi della natura, Heidegger risponde che oggi non è più così, poiché la natura non essendo più regina, noi abitiamo la tecnica. L’uomo è stato sradicato dalla natura, ed è peggio della bomba atomica perché è un’impostazione mentale che fa sì che l’uomo guardi l’universo sotto il profilo dell’utilità.

I filosofi della physis o presocratici intendevano la Verità come aletheia, ovvero la verità che si manifesta nell’essere e che appare e si rende visibile. Oggi il Vero è ciò che è efficace, i nostri obiettivi e il nostro operare.

Non esiste più, quindi, una visione della natura che rivendicando il logos consisteva nel contemplare e nel costruire teorie per riuscire a catturare le costanti della natura, città e una condotta della vita umana secondo sempre natura. Questa visione si chiude con Platone.

Per Heidegger oggi l’essere è un bestehend (significa magazzino), non più natura e questo prevede la disponibilità delle cose in ogni momento.

Per un nuovo inizio non si può usare il linguaggio della metafisica, perché è un linguaggio che si appropria delle cose, le guarda per che cosa devono essere utilizzate.

Prima però bisogna chiarire che la tecnica non viene dopo la scienza ma ne è l’essenza perché cattura il mondo per manipolarlo: la razionalità tecnica consiste nel raggiungere il massimo dei nostri scopi con l’impegno minimo dei mezzi. Questo modello è diventato il modello dell’economia, ma questa non è perfetta perché ha ancora una passione umana, ovvero per il denaro. Mentre la tecnica è completamente esonerata, perché non considerava l’uomo né tanto meno le sue passioni.

 Se questa razionalità diventa una forma di pensare unica ci sarà una progressiva esclusione dell’uomo dalla storia. Questa visione viene adottata e diventa quindi universale unicamente la razionalità tecnica, senza ricordarci che anche l’uomo è irrazionalità (amore, passioni…), l’uomo diventa sempre meno soggetto di vita e la nostra personalità non è più ciò che ci caratterizza perché ci viene assegnato dall’apparato in cui siamo inseriti, e infatti la nostra identità viene spostata gradualmente verso il ruolo, ovvero che noi quando capiamo che ruolo ha una persona capiamo anche chi è. Non dipende da ciò che si ha ma dall’apparato che glielo consegna, e quando l’apparato promuove il suo funzionamento abbiamo un incremento di identità, quando lo rimuove un decremento di identità con tutte le conseguenza negative.

Anche La psicopatologia è cambiata nell’età della tecnica, Heidegger infatti si è anche occupato dalla psicologia fenomenologica. Il filosofo non definisce L’uomo “uomo” ma in der welt sein, ovvero essere nel mondo. L’uomo è nel mondo, a differenza degli oggetti, perché il primo si apre un mondo. l’uomo infatti è EX SITO, che significa che è nel mondo e reagisce agli stimoli del mondo. Infatti la psicologia fenomenologica fa appello a lui. Da questo ci potrebbe essere un recupero dell’umanesimo, però anche lo stesso Heidegger esclude che ci possa essere un recupero, infatti si chiede “perché lo dobbiamo recuperare dal momento che è diventato il padrone del mondo?”, però è un uomo razionale, inquietante poiché conosce un altro pensiero.

Ma quindi come si esce da questa concezione? Nell’opera “essere uomo, essere tempo” che è un’opera interrotta perché dopo aver descritto che l’uomo è diventato padrone del mondo a partire da Platone, e poi sempre di più fino ad arrivare alla tecnica, che Heidegger include nella metafisica, succede che per descrivere una nuova modalità di essere al mondo è necessario un altro linguaggio. Non si può mobilitare tutto il linguaggio metafisico che ha duemila anni e allora si procede per tentativi. Quando il suo editore tedesco Krost Erman pubblica tutte le sue opere Heidegger, infatti, vuole che sia messo come apertura delle sue opere “cenni” perché vuole che venga usato un nuovo linguaggio, che però non sia quello della metafisica che calcola. Questo altro linguaggio lo cerca nei poeti perché anche quest’ultimi sono produttori. Proprio perché il linguaggio poetico non è concettuale e non ha in vista il possesso delle cose che è libero, che si dischiude all’aperto invece che nel chiuso. Questo linguaggio cerca di recuperarlo in un’opera che è “Beiträge zur Philosophie” (“contributi alla filosofia dell’evento”). Dato che per farmi intendere devo usare un linguaggio noto, quest’opera l’ha chiama “contributi alla filosofia degli eventi” però una filosofia nuova. La novità sta nell’evento, Ciò che i poeti fanno venire un linguaggio noto che può essere un nuovo inizio, nuovo modo di pensare, che non è quello calcolante.

Da quest’opera Heidegger è risultato come un mistico solo perché l’impostazione metafisica che è nella nostra testa non ci consente di accedere a questo nuovo inizio, ad accedere a questo nuovo linguaggio.

Questo nostro pensiero calcolante impregnato dalla tecno-scienza purtroppo fa parte di noi, e non ci permette più nè di stupirci davanti alla bellezza della natura né, come hanno fatto molti uomini di grande spiritualità come S. Francesco, di inginocchiarsi, di baciare i piedi a questa dicendo “laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra […]”, contemplandola come se fosse qualcosa di talmente grande e inspiegabile che può essere stata per forza solamente generata da un Principio primo assoluto trascendente che crea non dipendendo da nulla e che è talmente grande da essere mistero, che quasi non si può pronunciare poiché non ha definizione. Credo che tutto questo cercare di far quadrare ogni realtà umana nello schema della tecno-scienza, cercando di limitare la poesia dell’agire e l’unicità degli uomini abbia portato a ciò che uno dei più grandi e geniali intellettuali del ‘900 aveva predetto; il poeta corsaro Pier Paolo Pasolini, infatti, fin dal primo dopoguerra sosteneva che i vecchi valori veri e, come li definisce lui, “contadini” (che poi a mio parere sono quelli di ogni essere umano libero) sono stati inquinati dalla povertà spirituale ed etica della cultura di massa, la quale avendo come base questo pensiero del calcolo cerca di eliminarci per ottenere dai propri consumatori, ovvero noi, in meno tempo e con il minor sforzo possibile quello che si desidera.

Lavinia Reho

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