o.319985(di Giuseppe La Rosa) Da qualche settimana i media internazionali sono impegnati a parlare nuovamente del caso Grecia. Il parlamento greco ha approvato, infatti, delle nuove misure di austerità, necessarie per mantenere i conti in ordine e per dare il via al piano di aiuti internazionali indispensabili per le casse del Paese ellenico.

A causa delle nuove misure restrittive: riforma delle pensioni,  nuovi tagli alla spesa accompagnati dall’incremento delle tasse, Atene ha rischiato una crisi di governo, per la fragile maggioranza che sostiene il governo Tsipras e per le tensioni sociali esplose in piazza Syntagma a seguito dell’approvazione.

L’Unione europea ha riconosciuto gli sforzi di Atene. Ma, malgrado ciò, le misure imposte al popolo greco non hanno comunque convinto i creditori, Fondo monetario internazionale (Fmi) in primis, da cui dipende il raggiungimento dell’accordo.

Il Fondo monetario non intende dare il via al programma di aiuti senza una nuova ristrutturazione del debito ellenico, cioè un prolungamento delle scadenze dei rimborsi e un ulteriore ribasso dei tassi di interesse, e senza l’attuazione di tutte le misure richieste ancora ad Atene.

Allo stesso tempo  l’Eurogruppo cerca di raggiungere un compromesso, soprattutto con la Germania, contraria ad una nuova ristrutturazione. Dunque, per lo sblocco degli aiuti bisognerà attendere ancora la riunione che si terrà il 24 maggio, data in cui verrà presa la decisione finale.

L’obiettivo richiesto alla Grecia è quello  di ottenere per quest’anno  un avanzo di bilancio. Infatti, a luglio, Atene  deve rimborsare ai creditori circa 3,5 miliardi di euro di obbligazioni (2,3 miliardi alla Bce e 400 milioni all’Fmi).

Per fare ciò è necessario che venga sbloccato il piano di  salvataggio dagli stessi creditori, per 5 miliardi di euro, previsto nel terzo programma di aiuti alla Grecia deciso nel 2015. L’erogazione di questi aiuti dipende dal raggiungimento di certi obiettivi di bilancio pubblici attraverso politiche restrittive, per raggiungere l’obiettivo di avanzo di bilancio al +3,5% nel 2018.

Tuttavia, non mancano i dubbi sull’efficacia di tali misure. Come affermato da Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze greco, “non si può continuare a sottomettere e picchiare una mucca e poi aspettarsi che dia più latte.”

Già nel 2015, in occasione delle scadenze estive per il pagamento dei creditori internazionali, era esploso il caso Grecia che, se prolungato, avrebbe condotto l’Europa sull’orlo di una nuova crisi finanziaria. Oggi, come previsto da molti osservatori, ecco ripresentarsi nuovamente il rischio di inadempienza dei bond greci.

Malgrado i pericoli evidenti per quanto riguarda le obbligazioni greche, i rendimenti a dieci anni hanno registrato un calo sotto la soglia dell’8%. Il primo calo da sei mesi, indicativo di un minor rischio rispetto al passato. Un livello che secondo molti, però, continua ad essere insostenibile e che dipende soprattutto dalle concessioni sul debito da parte dell’Eurogruppo.

Quest’ultimo, composto dai Ministri delle finanze degli Stati membri,  “resta pronto a discutere, se necessario, possibili misure addizionali sul debito. Assieme all’attuazione del pacchetto di misure, questo accordo sul debito e il suo finanziamento adeguato consentirà al Fmi di partecipare al programma”.

Si chiede alla Grecia di “completare nei prossimi giorni il lavoro che consenta di terminare la prima revisione, compreso il meccanismo di contingenza”. Dopo l’attuazione di tutte le misure, l’Eurogruppo potrebbe “sostenere l’esborso della seconda tranche di aiuti Esm (Meccanismo Europeo di Stabilità )”.

In un Paese sull’orlo di una crisi umanitaria, in cui dal 2008 a oggi il Pil è calato del 27%, dove la disoccupazione ha raggiunto il 25% e quella giovanile è raddoppiata attestandosi al 50%, nonostante le misure di austerity, imposte dai creditori, i conti pubblici rimangono fragili.

Tutto ciò considerando anche  che il rapporto debito sul Pil è arrivato al 177% dopo la crisi finanziaria del 2010. In più a peggiorare la situazione greca è stato l’arrivo nel 2015 di 1,20 milioni di immigrati, pari a circa 11% della popolazione autoctona.

La priorità, quindi, è quella di mantenere integra l’Unione, in un periodo storico caratterizzato dall’emergere degli egoismi nazionali, sia sulla crisi dei migranti e sia per il possibile esito del referendum in Gran Bretagna previsto per giugno, e il conseguente rischio Brexit.

Inoltre, se la situazione della Grecia dovesse nuovamente aggravarsi le ripercussioni sull’economia dell’Eurozona potrebbero rivelarsi devastanti.

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