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Guillermo Del Toro é tornato a Venezia con una pellicola alla quale teneva molto, un film che voleva realizzare da anni… Frankenstein.

Una storia che un po’ conosciamo tutti, dalle versioni più antiche per arrivare alla rilettura comica di Frankenstein Junior diretta da Mel Brooks (che riscuote sempre molto successo tant’è che anche quest’anno ad Ottobre la ritroveremo al cinema riproposta). Quello che subito ci colpisce in questa versione di Del Toro è che non era una volta l’asticella , l’ago della bilancia non viene posto sull’interrogativo “l’uomo può sostituirsi a dio?”, ma quello che viene indagato è il rapporto padre/figlio anche se non biologico.

Il vero mostro è Victor (interpretato da Oscar Isaac) che accecato dalle sue brame e dal suo ego vuole arrivare con la sua ambizione a vette ancora inesplorate. Quando riesce nel suo intento di ridare vita a ciò che un tempo erano più uomini, assemblandoli per creare una nuova creatura non sa bene come gestirla , come educarla alla vita.

La creatura (Jacob Elordi) è invece un essere puro che nasce e viene al mondo con davanti “Victor” ad accoglierlo.  La narrazione è strutturata in due parti, una consequenziale all’altra; inizialmente abbiamo il racconto di Victor e poi quello della “creatura” e delle sue scoperte sia nel campo esperenziale che sentimentale. Victor fatica a credere che Elizabeth (Mia Goth) lo abbia respinto mentre invece si senta attratta dalla creatura , perché in essa vi vede una purezza d’animo e una bellezza interiore che negli uomini comuni non riesce a trovare. Victor arriverà a comprendere i suoi errori e le sue colpe e ad accettare la creatura per quello che è nel suo valore intrinseco, suo figlio.

Visivamente uno spettacolo per gli occhi, il tutto viene impreziosito dalle musiche e ambientazioni sonore di Alexander Desplat (nella foto) che riescono a creare come era accaduto con “la forma dell’acqua” il giusto tappeto sonoro che crea e amplifica le immagini visive senza diventare un qualcosa di invasivo.

Il tempo vola guardandolo e invoglia ad una seconda visione soprattutto per assaporarne i dettagli nelle scenografie , nei costumi e nella caratterizzazione scenica dei personaggi. La creatura infatti non è spaventosa, semplicemente ha un aspetto insolito e inusuale, ricco di cicatrici che sono un po’ le sue fratture personali.

Con questo lavoro Del Toro ci conduce nel suo mondo e ce ne fa innamorare, e un po’ anche ci invoglia a riprendere in mano il libro originale e dargli una rilettura perché a distanza di 200 anni contiene ancora delle riflessioni e delle tematiche che l’uomo di oggi non ha ancora sviscerato appieno.

Messua Mazzetto

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