In Vaticano sono alcuni anni che per contrastare la conquista dei diritti civili per gli omosessuali si utilizza ogni tanto la questione della teoria del “gender”, visione culturale non nuova, che trae radici nel femminismo e nei movimenti queer. Al fine di aiutare la Curia a fare un po’ d’ordine potremmo dire che la cultura gender è simile alla scelta della castità, ovvero sono convinzioni morali e personali che non c’entrano con il dato naturale.

In natura, come si sa, esistono gli uomini, le donne, eterosessuali e omosessuali, gli/le intersessuali, le persone transgender.  Se si volesse davvero discutere con buona disposizione d’animo, bisognerebbe partire dalle acquisizioni scientifiche e statistiche, che dimostrano due dati essenziali: l’omosessualità non è in alcun modo collegata alla diminuzione dei matrimoni eterosessuali, le società che riconoscono giuridicamente tutte le forme d’amore, aumentano il benessere dei propri cittadini. Infine, il richiamo alla dualità dei sessi, che insiste sull’uomo in quanto tale, rispolvera la teoria della virilità essenziale per la riproduzione della specie, fobia culturale infondata, vista la preoccupante antropizzazione di cui è afflitto il Pianeta. Se poi il tema è il dovere, a prescindere dalla realtà, per i maschi di non astenersi dalla filiazione, sarebbe necessaria una revisione dell’imposizione della castità al clero; per quanto ci riguarda i gay e le lesbiche, com’è noto, non essendo casti e astinenti, possono persino avere dei figli.

Aurelio Mancuso presidente Equality Italia

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