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Una distinzione che sembra semantica e invece separa due mestieri diversi: investire in ciò che una tecnologia risolve, o scommettere su quanto il mercato è disposto a pagarla.

Ogni volta che sente dire “investire nell’intelligenza artificiale”, Elvio Musaj ha la stessa reazione: dipende da cosa si intende. «Perché quasi sempre si intende scommettere sull’AI. E scommettere è la cosa che cerco di non fare mai».

Non è una posizione contro la tecnologia — è una posizione sul momento in cui ci si entra. Le scommesse tecnologiche, spiega, hanno una fase precisa in cui prosperano: quella dell’esplosione, quando tutto sale e nessuno guarda ai dettagli. «Quella fase, con AI e blockchain, l’abbiamo già attraversata. Io preferisco muovermi dopo, quando il clamore si spegne e resta la domanda vera: quali prodotti e quali servizi, tra tutti quelli nati in questi anni, serviranno ancora tra cinque?».

È una domanda che suona modesta e invece è selettiva. Perché elimina in un colpo la maggior parte di ciò che in una fase euforica sembra promettente.

Due mestieri, non due stili

La distinzione su cui Musaj insiste è tra investire nell’utilità di una tecnologia e scommettere sul suo prezzo. «La prima produce valore in base a quanto viene usata. La seconda dipende dall’umore del mercato. Sono due mestieri diversi, e generano rischi diversi».

La differenza pratica sta in cosa si può fare, con quei rischi. «Il primo lo puoi analizzare, misurare, difendere. Il secondo lo puoi solo sperare». Un’esposizione costruita sull’uso reale di un prodotto ha metriche osservabili: quante persone lo usano, con quale frequenza, quanto costerebbe loro sostituirlo. Un’esposizione costruita sull’aspettativa di rivalutazione non ne ha nessuna — ha solo un consenso che regge finché regge.

Questo, dice, cambia radicalmente il modo in cui guarda a un investimento tecnologico. «Non mi chiedo “quanto può crescere”, ma “quanto è insostituibile”». Un servizio che risolve un problema concreto e viene usato ogni giorno ha un valore che regge ai cicli, perché il bisogno che soddisfa non dipende dal sentiment. «Un token che vale perché qualcuno pensa che varrà di più, no».

Il test dell’insostituibilità

Il criterio ha una forma operativa. Davanti a una tecnologia, Musaj si chiede cosa succederebbe se sparisse domani: chi ne sentirebbe la mancanza, e quanto gli costerebbe rimpiazzarla. Se la risposta è “nessuno, in modo indolore”, quello che sembrava un investimento era un’aspettativa di prezzo.

È un test che, ammette, scarta anche cose che poi sono cresciute molto. «Ho lasciato fuori roba che è salita. Succede. Ma il metodo non serve a prendere tutto: serve a non prendere ciò che non capisco perché regge». La rinuncia al moltiplicatore è il costo esplicito di una postura difensiva, non un effetto collaterale.

Un metodo, non una previsione

Vale la pena notare cosa questo approccio non pretende di fare. Non anticipa quale tecnologia vincerà, e Musaj non se ne attribuisce il merito quando succede. «Non sto prevedendo niente. Sto aspettando che il mercato produca abbastanza informazione da permettermi di valutare». È una differenza di ruolo: chi scommette si assume il rischio dell’incertezza in cambio del premio; chi aspetta rinuncia al premio per lavorare su dati che esistono.

Questo comporta anche una certa disciplina nel raccontare i risultati. Un’esposizione costruita sull’uso reale cresce lentamente e non produce momenti memorabili. «Se il tuo portafoglio ha una bella storia, controlla due volte: spesso la storia è arrivata prima dell’analisi».

La noia come complimento

Musaj è consapevole che questa impostazione ha un problema di appeal. «È una postura meno eccitante della caccia al prossimo moltiplicatore. Ma dopo aver visto quante mode tecnologiche si sono sgonfiate, ho imparato a preferire la noia dell’utilità all’adrenalina della scommessa».

E aggiunge una considerazione che vale come chiave dell’intero approccio: in finanza, la noia spesso è un complimento. Un investimento che non produce storie da raccontare è frequentemente un investimento che funziona senza bisogno di essere raccontato.

C’è anche una ragione di disciplina, più che di gusto. Le tecnologie in fase euforica costringono a decidere in fretta, sotto la pressione di chi sta già guadagnando. Entrare dopo significa decidere in condizioni migliori: con i dati d’uso disponibili, con i primi fallimenti già visibili, con le valutazioni rientrate. «Non è pigrizia. È aspettare che ci sia qualcosa da analizzare».

La conclusione, per Musaj, non riguarda l’intelligenza artificiale in particolare. Riguarda il modo in cui si distingue una tecnologia da un’aspettativa: «Quello che resta quando il clamore si spegne è, quasi sempre, l’unica cosa su cui valga la pena costruire».

https://nimanfund.com Contenuto divulgativo. Non costituisce consulenza né sollecitazione all’investimento.

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