di Salvatore Primiceri – Quando si pensa a Immanuel Kant, è spontaneo riferirsi alla sua Critica della ragion pura o alle sue riflessioni fondamentali sull’etica, la conoscenza e il diritto. Più raramente si ricorda che il grande filosofo di Königsberg fu anche un appassionato docente di pedagogia, una disciplina alla quale tenne corsi regolari presso l’Università di Königsberg tra il 1776 e il 1787. Proprio da queste lezioni derivano gli appunti raccolti in un manoscritto pubblicato postumo nel 1803 da Friedrich Theodor Rink, allievo e curatore di Kant, riproposto oggi in una nuova traduzione intitolata “Come educare i giovani” dalla casa editrice Libri dell’Arco di Rimini. Sebbene non sia un’opera sistematica come le tre Critiche, la Pedagogia kantiana costituisce un prezioso frammento del suo pensiero, capace di offrire una visione affascinante del rapporto tra educazione, sviluppo umano e progresso morale dell’umanità.
Nel contesto della filosofia kantiana, l’educazione non è semplicemente un insieme di tecniche o una prassi sociale tra le altre: è il mezzo privilegiato attraverso cui l’essere umano viene “formato” in quanto tale. Non si nasce umani – sembra suggerire Kant – ma si diventa umani grazie all’educazione. Questa idea, espressa già nella celebre massima secondo cui “l’uomo è l’unico essere che deve essere educato”, si collega strettamente alla concezione kantiana della libertà. Se l’essere umano è un fine in sé e non un mezzo, come vuole la legge morale, allora ogni educazione autentica dovrà mirare a renderlo capace di agire autonomamente secondo principi razionali, sottraendolo progressivamente alla mera naturalità degli istinti.
Kant distingue con grande chiarezza la cultura della natura da quella della libertà. La prima riguarda la formazione fisica, l’attenzione per lo sviluppo del corpo e dei sensi, l’acquisizione di abilità tecniche e pratiche. La seconda, molto più impegnativa, è la vera e propria educazione morale. È qui che si gioca la partita decisiva: non basta che l’essere umano sia istruito o abile; è necessario che diventi anche buono. L’educazione, quindi, non può ridursi a un addestramento, né a un meccanismo di premi e punizioni: deve insegnare a fare il bene perché è bene, e non per paura o tornaconto. In questo senso, la pedagogia kantiana si pone come un’educazione alla libertà, fondata sulla ragione, sulla formazione del carattere e sull’interiorizzazione delle massime morali.
Un punto originale della riflessione kantiana è la funzione del disciplinamento. Il bambino, dice Kant, deve dapprima obbedire, ma non per rimanere sottomesso: l’obbedienza iniziale è solo il punto di partenza verso l’autonomia. Anche la disciplina ha un senso solo se si trasforma, a tempo debito, in autodisciplina. In questo passaggio si coglie il nucleo profondamente illuminista della pedagogia kantiana: non si tratta di piegare la volontà del bambino, ma di guidarla, affinché possa diventare padrona di sé. L’educazione è dunque un’arte, ma un’arte che esige tempo, pazienza, costanza. È un processo progressivo, fragile e mai scontato, che segue le leggi della natura ma mira a trascenderle, formando l’individuo morale e, con lui, una possibile umanità migliore.
Nelle lezioni universitarie – e nel testo da noi tradotto e commentato – Kant si sofferma anche sugli aspetti più pratici dell’educazione, come l’importanza del gioco nei bambini, il valore della ginnastica, della lettura, della memoria, ma anche l’attenzione ai sentimenti, alle inclinazioni, all’autostima e alla socialità. Non mancano osservazioni acute sull’importanza del lavoro nella formazione del carattere, sulla prudenza, sul rispetto per gli altri, fino a includere riflessioni sulla religione e sulla sessualità, in una prospettiva educativa sobria ma moderna. Particolarmente interessante è l’idea, ancora attualissima, che l’educazione morale non possa fondarsi sul culto o sulla teologia, ma debba partire dalla coscienza del dovere come legge interiore: solo così la religione smette di essere superstizione e diventa un’espressione autentica dell’etica.
Kant è consapevole che ogni essere umano porta in sé potenzialmente tutte le inclinazioni, anche le peggiori, ma crede fermamente che la natura abbia predisposto l’umanità al progresso. L’educazione, in questa visione, è ciò che permette all’uomo di uscire dallo “stato di natura”, ovvero da quella condizione in cui domina l’istinto e manca la legge morale. Se l’essere umano può diventare buono, è solo perché qualcuno – un educatore – ha saputo guidarlo in quella direzione. Ma affinché l’educazione sia davvero efficace, occorre che essa sia fondata su principi razionali, condivisi e universali. Proprio in questo senso Kant auspica che un giorno l’educazione possa diventare una scienza, e che si possa educare “non solo meglio, ma anche bene”.
In conclusione, la pedagogia kantiana è ben più che un corollario marginale del suo pensiero: è la sua applicazione più viva, concreta e, forse, più umanamente toccante. È il sogno di una formazione integrale dell’uomo, capace di armonizzare natura e libertà, inclinazione e dovere, piacere e legge morale. È, infine, la fiducia in un’umanità educabile, che – grazie alla ragione – può imparare non solo a pensare, ma a diventare giusta.
Salvatore Primiceri


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