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ISIS-Flames-of-War-Propaganda-Video-01(di Giuseppe La Rosa) L’Isis può fare affidamento su una pesante tassazione sulla popolazione locale, stimata intorno alle otto milioni di persone.  Dopo aver annesso un territorio, i miliziani cominciano a richiedere imposte a contadini, imprenditori e a residenti, minacciando di cacciare o addirittura uccidere chi non “sceglie” di sottostare alle leggi della sharia e non contribuisce a sostenere la “guerra santa”.

Le minoranze religiose, ad esempio i cristiani e ebrei, quando non vengono perseguitati, sono costretti a pagare tasse più elevate per poter continuare a vivere nelle zone occupate dagli uomini in nero.

Tra le imprese, invece, sono molto diffuse le tangenti e le mazzette per ottenere protezione da furti e violenze. Anche se riuscire ad avere delle attività resta una prerogativa dei fedelissimi del califfo, che godono di molti privilegi.

Infine, l’ultima fonte di reddito scaturisce dal commercio in nero di reperti archeologici sottratti ai musei locali. Si stima che l’Isis possa controllare circa 4mila siti archeologici.

Il dibattito sui finanziamenti al terrorismo non riguarda solo il mondo arabo, anche l’Occidente, tra cui il nostro Paese, ha una buona fetta di responsabilità. In passato la nostra industria bellica a rifornito di armi il regime di Assad e ancora oggi la vendita di macchine da guerra a Paesi che poi finanziano i terroristi persiste e non accenna a diminuire.

Mauro Moretti, l’amministratore delegato di Finmeccanica, il primo gruppo industriale italiano nel settore della difesa che ha come maggiore azionista il Ministero dell’economia e delle finanze, ha dichiarato: “Noi parliamo con i governi di Paesi che non sono sulla lista nera. Siamo autorizzati anche dagli Stati Uniti a farlo. Se poi all’interno di quei Paesi ci sono persone che raccolgono denaro per finanziare l’Isis, non è un problema nostro”. In sintesi, Finmeccanica non si pone quindi il problema di fare affari con Paesi arabi che finiscono per finanziare il Califfato.

Successivamente, è poi intervenuta la ministra della Difesa, Roberta Pinotti che ha affermato: “All’interno dei Paesi Arabi ci sono fondazioni private che finanziano i terroristi e vanno estirpate, ma dire di non fare più affari con quei Paesi è come dire che non bisognava più avere rapporti con l’Italia perchè c’era la mafia”.

Nonostante le rassicurazioni delle Istituzioni e le discutibili analogie, il contrasto con la nostra Carta Costituzione è sotto gli occhi di tutti. L’articolo 11  “L’Italia ripudia la guerra”, sembra aver perso tutto il suo significato e queste armi, prodotte dal nostro Paese e vendute in Medio Oriente, potrebbero essere usate contro di noi, proprio come accadde nei tragici eventi di Nassirya.

In questo contesto, dal 2012 al 2014, l’Italia ha trattato con il Kuwait una vendita di armi per 17 milioni di euro, con il Qatar affari per 146 milioni e con l‘Arabia Saudita scambi commerciali superiori ai 9 miliardi. Da questi tre paesi l’Isis ha ottenuto oltre 40 milioni di dollari in soli due anni.

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