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ISIS Al-Qaeda Militants Fighting Syrian Civil War(di Giuseppe La Rosa) Dopo gli attentati di Parigi, rivendicati dal sedicente “Califfato”, sono stati molti coloro che si sono chiesti come si finanzia l’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria). Ci si chiede con quali risorse questi uomini provenienti dal deserto stiano riuscendo a seminare il terrore in Medio Oriente e ormai anche in Europa.

Seppur non si tratti di novità, Vladimir Putin, durante l’ultimo G20  in Turchia, ha in parte risposto a questa domanda: “I jihadisti dell’Isis sono finanziati da persone fisiche provenienti da 40 Paesi, fra i quali anche membri del G20”. Il Presidente russo ha poi presentato dei dati su come l’autoproclamato Califfato riesca ad amministrare la propria macchina del terrore.

Secondo diverse notizie, una delle fonti di finanziamento è quella proveniente dall’estero. I grandi finanziatori sono spesso ricche personalità del mondo arabo provenienti da paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar, ma anche dal Kuwait e dagli Emirati Arabi.

L’Arabia Saudita, pur di combattere gli sciiti ha fatto si che fondazioni e associazioni no-profit, in molti casi vicine allo Stato, rifornissero di denaro l’Isis con stratagemmi bancari e finanziari.

Poi ci sono i flussi che arrivano dai foreign fighters, tra cui sono sospettati anche molti cittadini appartenenti al cosiddetto “Islam moderato”, che sostengono e contribuiscono ad arricchire lo Stato Islamico con ulteriori donazioni. L’iter è sempre lo stesso, il denaro viene trasferito ad un’organizzazione non governativa o addirittura di beneficienza, per poi giungere attraverso intermediari nelle casse dell’Isis.

Un’altra modalità di finanziamento  riguarda le banche. L’Isis gestisce tutte le banche pubbliche in modo da poter  usufruire delle risorse a seconda delle necessità del momento. Allo stesso tempo, tassa tutte le transazioni degli istituti di credito privati garantendosi flussi di reddito per lunghi periodi.

Ma, le principali risorse del califfato provengono dal traffico illegale delle risorse naturali, soprattutto dal petrolio, che frutta ai terroristi islamisti circa due milioni di dollari al giorno. Infatti nella Siria dell’est, i terroristi controllano da quasi un anno  il 60% delle zone ricche di petrolio e di gas metano, con l’accesso a più di 70mila barili di greggio giornalieri. Questi vengono poi venduti  sul mercato nero a prezzi stracciati rispetto alle quotazioni ufficiali, poco più di 20-30 dollari al barile.

I maggiori acquirenti dell’oro nero sono, soprattutto, facoltosi uomini d’affari originari della Turchia, del Libano, dell’Iraq e persino da paesi in conflitto diretto con il Califfato, come il Kurdistan e lo stesso regime siriano di Assad. Insomma, lo smercio avviene facilmente con tutte le nazioni confinanti, in quella che potremmo definire una nuova “economia di guerra”.

(continua…)

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