Ultima fatica di Marc Price è una pellicola di fantascienza a low budget: Dune Drifter. A seguito di una battaglia spaziale tra l’uomo e una razza aliena umanoide, la malcapitata Adler finisce con il precipitare su uno sconosciuto quanto inospitale pianeta con un supporto vitale che le garantisce giusto una manciata di giorni di sopravvivenza. Come potrà la donna sopravvivere su un pianeta deserto dalle condizioni proibitive e dall’atmosfera fortemente acida? E come farà a tornare a casa se la sua navicella non è più in grado di volare e lei non riesce a contattare le forze alleate per sollecitare un recupero?

Dune Drifter è un film che va visto anzitutto in una chiave di lettura nostalgica. Diversamente dalle grandi produzioni moderne, fatte astronavi dalle linee sinuose e da effetti speciali milionari, qui le navicelle richiamano la fantascienza degli anni sessanta e settanta, la fantascienza vista nel vecchio Battlestar Galactica oppure in Spazio 1999; consolle fatte di pulsanti, levette e cloche, piccoli monitor catodici che mostrano colori poco accessi e radar che riportano linee che parrebbero uscire da un videogioco neanche degli anni ottanta. Non ci sono immagini sovrimpresse sul vetro, comandi virtuali o riconoscimenti vocali. Tutto ha il sapore della nostalgia con astronavi dal design semplice, che siano aliene o umane non cambia, e con uno sviluppo tecnologico che sembra essere meno sviluppato di quello che utilizziamo oggi quotidianamente. Si tratta di un contrasto voluto e ricercato, testimoniato anche dalla discussione iniziale tra i piloti che raffrontano la qualità delle armi balistiche in confronto a quelle al plasma. I richiami al passato sono tanti: trasmissioni video con l’effetto neve, contatti audio disturbati, righe di comando quando si avviano i computer delle astronavi: tutto sembra essere un omaggio alla storia della tecnologia e alla storia della fantascienza. Il low budget diventa così una scusa per offrire un ossequio al passato, diventa un inno al vintage.

Poi l’ambientazione cambia improvvisamente e la trama narra l’avventura di una donna sola su un pianeta deserto e ostile che ha come unica missione trovare un modo per tornare a casa e salvarsi. Una soluzione arriva quando una nave nemica precipita sulla superficie dello stesso pianeta a una distanza non eccessiva. Che poi quel preciso pezzo che serve a lei sia disponibile su una nave di una civiltà extraterrestre con le stesse caratteristiche e la stessa forma di quello umano diventa un dettaglio secondario: dopotutto anche in Indipendence Day gli alieni venivano sconfitti attraverso un virus informativo che funzionava benissimo su hardware e software delle navicelle ostili.

Il film così conquista una sorta di semplicità che richiama quella fanciullesca ingenuità dove alcuni elementi vengono perdonati dando maggior attenzione agli altri fattori presenti. Non è un caso che nel primo combattimento alieno sul pianeta si dia inizio a una sorta di nascondino tra l’umana e l’extraterrestre. Anche la forma di vita autoctona che attacca la povera Adler è una sagoma appena accennata, mai vista veramente perché rappresentata da una manciata di linee su un monitor.

Del background non si sa nulla. Chi sono gli alieni? Da dove arrivano? Come ha avuto inizio la guerra? Chi è la protagonista della storia? Non è possibile avere nessuna informazione se non che la Terra ha patito ingenti perdite durante un attacco che ha colpito l’Europa arrivando fino in Quebec da una parte e ad Istanbul dall’altra. E così Marc Price dà vita a una pellicola che si regge unicamente sul carisma e sul senso di citazionismo che lo pervade, dando importanza alla presenza di Phoebe Sparrow e in parte anche di Daisy Aitkens.

Titolo: Dune Drifter

Distributore: Blue Swan Entertainment

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