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di Salvatore Primiceri – C’è un interrogativo antico che riaffiora con forza nella contemporaneità: dove sono finite le persone buone? In un mondo attraversato da guerre, autoritarismi, crisi umanitarie ed emergenze sociali, la gentilezza sembra un lusso, la compassione una debolezza, la solidarietà un gesto quasi sospetto. Eppure ogni civiltà è nata nel momento in cui gli esseri umani hanno scelto di cooperare anziché distruggere. Se è la violenza a diventare legge, allora è la civiltà stessa a retrocedere.

Socrate invitava a dubitare, a interrogarsi, a cercare il bene come esercizio della ragione. “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”, disse prima di bere la cicuta. È un paradosso antico: chi costruisce coscienza diventa minaccia per chi costruisce potere. Platone, nella “Repubblica”, ricordava che il giusto è colui che non tradisce la propria anima, anche quando il mondo lo invita a farlo. Ma la filosofia, quando smaschera le illusioni del potere, fa paura.

La politica contemporanea sembra aver smarrito questa dimensione morale. Il potere si misura nella forza, non nella responsabilità. Hannah Arendt ci ha insegnato che il male più grande è quello che diventa abitudine: non somiglia a un demone, ma a un gesto automatico, un sistema che disumanizza in silenzio. È il male che non pensa, non sente, non dubita. Lo vediamo nelle parole d’odio normalizzate, nelle vite spezzate considerate “danni collaterali”, nell’indifferenza che attraversa le nostre società.

Ma la responsabilità è solo dei potenti? O anche di chi quei potenti li sceglie? Kant sosteneva che l’uomo deve trattare ogni persona sempre come fine e mai come mezzo. Una democrazia che elegge leader incapaci di riconoscere la dignità umana ha già accettato l’idea opposta: che alcuni valgono di più, altri valgono meno. Popper aggiungerebbe che la libertà può essere distrutta proprio da chi non sa usarla, e che una società aperta è fragile perché necessita di cittadini vigili, critici, consapevoli. Se la coscienza dorme, il potere si fa autoritario.

Eppure il bene non è scomparso. È solo meno visibile. Viviamo in un sistema mediatico che amplifica il conflitto e silenzia la cura. Le persone buone non fanno rumore: non urlano, non minacciano, non cercano palcoscenici. Ma esistono. Ci sono medici e volontari che salvano vite mentre altri costruiscono muri; insegnanti che educano alla dignità mentre l’odio diventa spettacolo; cittadini che scelgono la solidarietà senza aspettare applausi.

Qui nasce una domanda cruciale: cosa accadrebbe se l’informazione desse più spazio ai buoni esempi? Se la cronaca non fosse solo specchio del peggio, ma anche seme del possibile? La cultura mediatica ha un potere enorme: può alimentare paura o speranza, diffondere cinismo o consapevolezza. Non si tratta di raccontare un mondo finto e ingenuo, ma di riconoscere che il bene esiste e merita visibilità. Perché il bene contagia quanto il male, ma solo se gli si permette di circolare.

La storia dimostra che i momenti più bui si sono illuminati grazie a individui capaci di opporsi al male senza imitarlo. Da Gandhi a Martin Luther King, da Mandela a Gino Strada, fino ai tanti “giusti” senza nome citati da Camus, la resistenza morale è spesso silenziosa ma ostinata. “Il vero problema — scriveva — è impedire al mondo di disgregarsi.” E il mondo si disgrega non solo quando la violenza esplode, ma quando l’indifferenza la rende possibile.

Allora che cosa può favorire il ritorno del bene nello spazio pubblico? Educazione, conoscenza, spirito critico. Kant parlerebbe di “uscita dallo stato di minorità”, cioè dal conformismo passivo. Platone direbbe che serve il coraggio di uscire dalla caverna e guardare la realtà con occhi liberi dalle ombre. Socrate aggiungerebbe che non esiste bene senza domanda, senza dubbio, senza ricerca. Popper osserverebbe che la democrazia vive solo se la si difende ogni giorno.

Forse il bene fa paura perché impone responsabilità: perché costringe a guardare l’altro come un essere umano, non come un mezzo. Ma se vince il male, la società si spezza; se vince il bene, non vince qualcuno: vincono tutti.

E allora la risposta, forse, è meno pessimista di quanto sembri: le persone buone non sono scomparse. Sono quelle che ogni giorno scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Quelle che mantengono la propria umanità in un mondo che invita a perderla. Quelle che credono che la dignità non sia un privilegio. In un tempo in cui la cattiveria è rumorosa, la bontà resta l’atto più rivoluzionario.

Salvatore Primiceri

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