di Fausto Minonne – Viviamo in un’epoca che celebra la diversità, denuncia il pensiero unico, insegue la visibilità. In mezzo a questo caos emergono figure che sembrano sfuggire ad ogni definizione: i personaggi. Diversi da tutti, uguali a nessuno. La vera cifra del personaggio è la riconoscibilità. Voce, postura, look, stile comunicativo: in un panorama mediatico affollato la riconoscibilità genera audience, seguito e notorietà. Il personaggio non è il fine, ma il mezzo. Il pubblico segue idee e contenuti, come pure figure dotate di una forte impronta personale, che i mass media contribuiscono a definire e consolidare attraverso una narrazione. Ciò è spesso il prodotto di scelte editoriali e strategie comunicative. Un personaggio è più facilmente leggibile e identificabile: aspetto assai rilevante nella società dell’immediatezza. Inoltre nella sua singolarità il personaggio è prevedibile, soprattutto a livello di reazioni e dinamiche, e questo crea un’attesa emotiva. In una simile ottica prevedibilità è sinonimo di familiarità, non di monotonia. A volte il pubblico predilige la continuità del ruolo, al pari di una serie TV, formato narrativo e audiovisivo di grande successo. I personaggi sono anche versioni teatrali di sfumature umane: ironia, sarcasmo, irruenza, cinismo, eleganza. Volti divisivi come i giudizi che suscitano in perfetto stile social: “mi piace” o “non mi piace”. Il solo fatto di far parlare di se stessi, nel bene e nel male, comporta un’esposizione mediatica e una risonanza digitale, in termini di reel, meme e condivisioni. I club, i cortili e la piazze virtuali non aspettano altro che visualizzare e commentare.
In primo luogo la televisione è una fucina di personaggi, come l’arguta Selvaggia Lucarelli. Il suo tratto distintivo è una dialettica affilata, spesso polemica, che non fa sconti e non guarda in faccia nessuno. Per quasi dieci anni è stata una giudice iconica a Ballando con le stelle e per buona parte del pubblico a casa la vera attesa erano i suoi giudizi taglienti. I duelli accesi con concorrenti del calibro di Alba Parietti, Iva Zanicchi e Barbara D’Urso non si sono esauriti nella diretta televisiva, ma sono diventati clip condivise, oggetto di innumerevoli commenti e bagarre sui social. Con Belve, invece, Francesca Fagnani ha delineato un personaggio popolare per il modo in cui conduce le interviste. L’agenda in mano, lo stile diretto, le domande pungenti e il ritmo del confronto dando sempre del lei agli interlocutori. Il protagonista non è solo l’intervistato, ma anche l’intervistatrice. La rituale domanda “Lei che belva si sente?” è un vero e proprio marchio di riconoscimento. Un caso emblematico è quello di Monica Setta e Storie di donne al bivio. A consolidare il personaggio è stata la percezione del pubblico, che di frequente ha ritenuto il suo approccio con le ospiti eccessivo, anche nell’affrontare temi piuttosto delicati. Non c’è bivio che tenga: il mancato matrimonio di Paola Caruso, la difficile adolescenza di Manila Nazzaro o la dipendenza da alcol di Eva Grimaldi. Non è mancata l’eco in rete, con diversi estratti delle sue interviste divenuti contenuti virali. La stessa conduttrice ha respinto le accuse di cinismo, dichiarando di non sopportare le domande concordate e di voler arrivare alla verità. Nella rete ammiraglia di Mediaset (Canale 5) Tina Cipollari è senza dubbio un personaggio in grado di attirare l’attenzione. Opinionista storica di Uomini e Donne, ha costruito la propria identità televisiva attorno alla figura della vamp: un look appariscente, un linguaggio spregiudicato e una teatralità sopra le righe. Ad essere attesa è la sua irruenza, al punto che l’opinionista, da figura di contorno, finisce per rubare la scena ai protagonisti del programma. Non a caso la sua celebre esclamazione “No Maria, io esco!” è un tormentone intramontabile. Tra le fila del Biscione c’è anche un personaggio che non vive di eccesso, bensì di rigore e disciplina: la maestra Celentano. Insegnante di danza classica e coreografa, da oltre venti anni Alessandra Celentano è il volto più severo e intransigente della scuola di Amici. Il collo del piede, la sbarra e la tecnica non sono più solo il suo mantra, perchè ormai fanno parte della cultura popolare. Inconfondibili il vocabolario e l’impostazione didattica, assieme al tono con cui richiama i ballerini o discute con ex allievi, colleghi, giudici e persino con la padrona di casa Maria De Filippi. Di altra natura è il conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani, che ha fatto della provocazione una postura comunicativa. Da contestatore del conformismo assume posizioni che non di rado alimentano l’indignazione. È un personaggio che oltrepassa i confini della radio affermandosi anche sui social, dove vengono rilanciate le sue dichiarazioni e discussioni. Più che risposte, il suo pubblico cerca lo scontro, che trova terreno fertile in un dibattito pubblico sempre più polarizzato. L’anticonformismo è anche donna e Barbara Alberti, con la sua insolita eleganza, porta in televisione il bagaglio culturale di scrittrice, sceneggiatrice e giornalista. A completare la sua immagine pubblica c’è la lunga chioma argentata, spesso raccolta in una treccia. Gli ingredienti sono ironia colta e libertà espressiva che rifiuta ruoli, canoni e aspettative. Un’intellettuale che spazia con gli argomenti e osa con le parole, fra critiche al femminismo e commenti su Temptation Island. Dalle pagine di filosofia a Instagram, passando per gli “Aforismi Sentimentali” a Tango: nonostante l’età, il personaggio di Barbara Alberti ha dimostrato di saper stare al passo con i tempi.
Da diversi anni persino la politica ha assunto una dimensione sempre più performativa e la scena pubblica privilegia figure riconoscibili. Un processo iniziato con la centralità della televisione e ulteriormente amplificato dall’avvento dei social. L’elettorato tende a preferire i candidati che riescono a forgiare un’identità distintiva, sostenuta da una narrazione coerente e una strategia comunicativa efficace. Di questo Silvio Berlusconi, scaltro persuasore, ne era consapevole già agli esordi della Seconda Repubblica. L’uomo che si è fatto da solo, il gergo imprenditoriale nell’arena politica (la discesa in campo e il contratto con gli italiani) e il governo del fare. Una prospettiva intrisa di ottimismo (i “ristoranti pieni” in aperta crisi e l’inno “Meno male che Silvio c’è”) e contrapposizione (la sinistra, la magistratura, il giornalismo giustizialista). Dal lato opposto dell’emiciclo il Cavaliere ha avuto modo di misurarsi con Antonio Di Pietro, il magistrato dell’inchiesta Mani Pulite prestatosi alla politica. La sua oratoria era caratterizzata da un registro e una gestualità di stampo accusatorio che lo hanno reso sempre più un personaggio. Il dito indice puntato verso gli avversari politici è stato per anni uno dei suoi tratti comunicativi più riconoscibili durante i discorsi alla Camera dei deputati, oltre alla foga talvolta comica nei talk show televisivi. Un’espressione dipietrese divenuta di dominio pubblico è “che c’azzecca?”. In una stagione di sfiducia verso i partiti tradizionali c’è chi è riuscito a coniugare politica e folclore, portando le istanze autonomiste dai piccoli comuni ai banchi parlamentari. Si tratta di Umberto Bossi, il Senatùr, fondatore della Lega Nord quando era ancora un movimento di massa. Il suo era un linguaggio semplice, diretto e a tratti volgare. Al grido di “Roma ladrona” e “Padania libera” ha saputo infondere il sogno secessionista. È in Campania, invece, che ha avuto inizio la scalata mediatica del sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Bastian contrario e politico di lungo corso, a renderlo un personaggio inconfondibile, ai limiti della teatralità, hanno contribuito le sue dirette settimanali, in cui l’uso di iperboli, metafore e neologismi è accompagnato da un sarcasmo pungente. È di fatto un appuntamento fisso che unisce identità pubblica, agenda politica e tattica comunicativa. Negli anni Duemila l’allora sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha fatto della rottamazione il perno della propria immagine pubblica e identità politica. Una retorica incisiva, orientata alla discontinuità con la vecchia classe dirigente, che lo ha proiettato sulla ribalta nazionale. Per quanto possano essere provocatorie, le note espressioni di Renzi “stai sereno” e “ciaone” sono entrate nel lessico della comunicazione politica e più in generale nel linguaggio comune. Di nome fa anche lui Matteo, ma di cognome fa Salvini colui che ha impresso una svolta nazionale alla Lega Nord, attenuando l’ortodossia secessionista. In quella fase ha giocato un ruolo identitario l’abbigliamento, in particolar modo le felpe che ha sfoggiato fra circoli, piazze e salotti televisivi. Il “capitano” del popolo leghista (termine mutuato dal lessico calcistico) si è avvalso di un vestiario semplice per ritagliarsi l’immagine di un leader vicino alla gente e non un politico di palazzo. A fare da contorno, simboli come la ruspa e il rosario. Al centro, una comunicazione che coglie episodi di cronaca per riportare l’attenzione su questioni a cui la cittadinanza è sensibile, quali lavoro, sicurezza e degrado urbano.
Televisione, radio, giornalismo, politica: i personaggi non sono i più competenti o autorevoli, né hanno la pretesa di piacere a chiunque. Sono uomini e donne che riescono a lasciare un segno attraverso parole, gesti, icone e rituali destinati ad entrare nell’immaginario comune. Diversi da tutti, uguali a nessuno.
Fausto Minonne


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