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di Lavinia Reho – “Quella mattina mi sono svegliato da bambino come tutti gli altri, e poi  sono andato a letto da ebreo”. Queste sono le parole di Sami Modiano, sopravvissuto all’inferno di Auschwitz. Molte caratteristiche dantesche non si trovano solamente nel linguaggio delle vittime dei lager, ma sono state inoltre comprese nel più profondo dell’anima.

Una sensazione tra queste, da Dante stesso sperimentata, è l’ineffabilità.

Primo Levi descrisse ciò che era riflesso nel suo sguardo e ciò che quel suo corpo meschino aveva subito con un solo termine: “indicibile”.

Levi,  in una lettera scritta alcuni giorni prima a quello scuro 11 Aprile, riferendosi ad un altro sopravvissuto che si era tolto la vita alcuni mesi prima, disse che talvolta ci si suicida per un dolore indicibile e non sempre per una ragione conosciuta.

L’onorevole Senatrice Liliana Segre dichiarò che molti prigionieri recitavano versi danteschi per cercare di guardare in faccia il dolore, di riconoscerlo. Solo quando si riesce ad identificare ciò che scorre dentro sé si può avere più possibilità di affrontare ciò che Dio ci ha sottoposto. Proprio quel Dio che sembrava essere sempre più lontano dal suo popolo: il popolo di Israele.

Probabilmente fu proprio questa la causa che spinse il chimico torinese a buttarsi lungo la tromba delle scale.

 La celebre scienziata italiana Rita Levi Montalcini dichiarò di avere sentito Levi al telefono e che l’ultima frase che le era stata riferita era “non riesco a scrivere”. Lei non sospettò niente perché le pareva che fosse di buon umore.

“Non riesco a scrivere”, Levi non riusciva più a decifrare lo strazio che aveva dentro, che pian piano fece diventare il suo essere troppo pesante e quindi insostenibile.

Alcuni studi hanno sostenuto che i sopravvissuti una volta usciti dai campi di sterminio hanno potuto “rivedere le stelle”, però purtroppo non in tutti i casi è stato così.

Secondo le testimonianze di Sami Modiano, da bambino abituato a correre spensieratamente sull’isola dei fiori, dopo la liberazione nasce un dolore, un senso di colpa talmente forte che ti porta a rimpiangere il fatto di non essere morto.

Il suo animo conosce perfettamente quella sensazione, perché è proprio quella che ha intravisto nello sguardo del padre, il quale per il troppo struggimento si è buttato contro il reticolato.

Egli aggiunge che ha trovato la serenità non meno di un decennio fa, quando ha compreso perché “quella mano” lo abbia fatto sempre rialzare; ha capito che quella mano era quella dei ragazzi ai quali lui oggi si rivolge.

Modiano non vuole che i nostri occhi e quelli delle future generazioni si ritrovino di fronte ciò che lui ha veduto.

La stessa situazione è stata sperimentata dalla sopravvissuta Sultana Razòn Veronesi, che è riuscita a trovare una stabilità emotiva solamente con lo studio (come da lei affermatomi durante l’incontro con gli alunni della classe seconda media).

Un’altra caratteristica importantissima, presente oltretutto nello stile Dantesco, è quella dello sguardo. Una sopravvissuta ceca, Zoka, ha dichiarato che una volta libera si è guardata allo specchio e non si riconosceva più. Il suo sguardo era quello di una cinquantenne, non di una ragazzina di appena 17 anni. C’era troppa sofferenza in quello sguardo. Come in Dante la peculiarità di una donna, persona in questo caso, risiede nello sguardo: e questa era la sua unicità, come quella di molti altri.

Penso che la differenza principale tra l’oltretomba dantesco e quello dei lager sia che uno è stato un processo di allontanamento seppur altalenante da Dio, come nel caso di Edith Bruck. Mentre l’altro, quello dantesco è stato un percorso che ha portato all’avvicinamento al Signore.

Anche il diavolo vedendo quell’orrore girò la testa e scappò via, per questo è necessario che tutti ricordino e facciano in modo che quell’inferno non accada mai più.

Lavinia Reho

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