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fdsf(di Giuseppe La Rosa) Mentre lo spazio mediatico nazionale ed europeo risulta totalmente sommerso dall’emergenza immigrazione, la guerra economica contro la Federazione Russa continua a danneggiare l’Europa, oltre che la stessa Russia. Le sanzioni, imposte a luglio e rafforzate nel settembre 2014, colpiscono i settori della difesa, dell’energia e del sistema bancario russo, e sono la risposta della Ue all’annessione della Crimea da parte di Mosca.

L’accordo tra i governi europei dello scorso marzo prevedeva che le misure sarebbero rimaste in vigore fino a quando gli accordi di Minsk per la pace in Ucraina non fossero stati rispettati, cosa che non è avvenuta. I governi dell’Unione Europea hanno quindi dato il via libera alla proroga di un altri sei mesi (fino al 31 gennaio 2016) delle sanzioni in scadenza il 31 luglio di quest’anno.

La reazione russa è stata l’inasprimento per un altro anno dell’embargo su gran parte dei prodotti agroalimentari provenienti dai Paesi Ue, che è già costato circa 5,25 miliardi di euro. I Paesi maggiormente colpiti dalle sanzioni, in ordine di gravità, sono stati: Ucraina, Lituania, Polonia, Germania, Olanda, Spagna, Finlandia, Belgio, Francia, Italia e Grecia.

L’Italia nonostante sia al penultimo posto della classifica, conta comunque costi stratosferici sul versante export, soprattutto per il suo eccellente “Made in Italy”,  molto apprezzato dai russi. Il nostro Paese infatti era il secondo dopo la Germania come esportazione da parte dell’Unione Europea, invece oggi a pagare le conseguenze di questo assurdo conflitto sono soprattutto gli imprenditori e molte aziende italiane.

E’ inutile girarci intorno: le sanzioni contro la Russia sono una vera e propria guerra, per cui l’Italia ha pagato complessivamente una cifra tra i 250 e i 300 milioni di euro. Inoltre le perdite sono nettamente maggiori se si considerano gli effetti indiretti che riguardano altri prodotti e settori.

Con la proroga delle sanzioni, si stimano per la fine del 2015 perdite intorno ai 3 miliardi, sulla base di quanto affermato dal viceministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda:  “stiamo parlando di un rischio di perdite di esportazioni totali di circa 3 miliardi di euro su un totale di esportazioni di beni italiani nel mondo di 400 miliardi”.

Come emerge da uno studio di Coldiretti  (Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti), i prodotti italiani più colpiti sono stati la frutta fresca, i lattiero-caseari, i formaggi, la carne e i suoi derivati. In più, prosegue la Coldiretti: “il danno maggiore che rischia di durare negli anni è determinato dal fatto che lo stop alle importazioni ha provocato in Russia un vero boom nella produzione locale di prodotti Made in Italy taroccati, dai salumi ai formaggi, con la produzione casearia russa di formaggio che nei primi quattro mesi del 2015 ha registrato infatti un sorprendente aumento del 30%”.

Naturalmente in questa situazione c’è, come sempre, chi guadagna e chi perde. Perdono sicuramente l’Italia e l’intera Europa, ma guadagnano senz’ombra di dubbio Usa e Cina. Infatti, imponendo sanzioni e accrescendo le forze Nato in Ucraina, gli Stati Uniti stanno traendo molti benefici dal conflitto, tra cui quello di  aggravare i rapporti  tra Mosca e partner europei, rinsaldando i legami commerciali con in Paesi Ue.

Per converso, la Russia sta ampliando notevolmente le relazioni economiche e non solo, con la Cina e con altri Paesi asiatici. Una partnership, quella tra i due Paesi, che si fa strategicamente sempre più intensa. Naturalmente, non era così che la Russia voleva incamerare profitti, avendo avanzato richiesti di collaborazione con l’Europa prima della crisi ucraina. Ma ora che si è scatenata la bufera, i russi dimostrano di non essere disposti a cedere a compromessi.

D’altro canto invece l’Europa sta sicuramente agendo contro i propri interessi favorendo invece quelli degli Stati Uniti, che continuano a fare pressioni sui governi Ue per mantenere le sanzioni. La speranza è che nel prossimo futuro le tensioni politiche si affievoliscano e che l’embargo venga definitivamente rimosso, ma tutti i segnali lasciano presagire ulteriori tensioni tra la Russia da una parte ed Europa e Usa dall’altra.

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