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di Salvatore Primiceri – In queste ore si discute delle parole con cui Donald Trump ha definito “debole” Papa Leone XIV. È un’accusa che, oltre il dato politico, tocca un nodo essenziale: che cosa intendiamo davvero per forza?

Occorre ricordare una cosa semplice ma decisiva: il Papa non è un capo militare né un leader politico nel senso comune del termine. È una guida spirituale. Se rispondesse alla logica della minaccia con la stessa moneta, se scegliesse la via della forza come strumento ordinario, non dimostrerebbe coraggio: tradirebbe il senso stesso del suo compito. E allora sì, sarebbe davvero debole — non per mancanza di forza, ma per aver ceduto alla tentazione del potere.

Nella retorica dominante, la forza è quasi sempre identificata con la capacità di imporsi: imporre la propria volontà, imporre condizioni, imporre silenzio. È una forza immediata, visibile, spettacolare. Ma la tradizione filosofica e spirituale conosce un’altra idea di forza, più difficile da riconoscere perché meno appariscente: la forza della mitezza.

La mitezza non è semplicemente assenza di aggressività, e non coincide con la passività. È una forma di forza che agisce in un registro diverso: non si manifesta come dominio sull’altro, ma come capacità di non lasciarsi definire dalla logica dello scontro. È una forza che non ha bisogno di esibizione perché non nasce dal conflitto, ma dal controllo di sé. È, in un certo senso, una forza che accetta di apparire debole pur di non rinunciare alla propria integrità.

Qui si tocca il punto decisivo: la debolezza, quando è scelta e non subita, non è il contrario della forza, ma una sua forma più esigente. È il paradosso espresso con chiarezza da San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi, dove afferma: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (12,10). Non si tratta di una rinuncia alla forza, ma del suo rovesciamento: una potenza che non ha bisogno di affermarsi attraverso la violenza, perché non dipende dal dominio, ma dalla fedeltà a ciò che si ritiene giusto.

Per un pontefice, questa forza non nasce solo dal controllo di sé, ma da una convinzione evangelica: che la vera potenza non coincide con la capacità di schiacciare, ma con quella di salvare.

Simone Weil ha mostrato come la forza, quando diventa cieca, trasformi gli esseri umani in cose, privandoli della loro umanità. Chi usa la forza senza misura finisce per esserne dominato. La vera resistenza consiste proprio nel non lasciarsi trascinare da questa logica, nel non farsi definire dalla violenza che si subisce o si potrebbe esercitare.

Hannah Arendt ha distinto con chiarezza potere e violenza: il potere nasce dalla capacità di agire insieme, di costruire consenso e legami. La violenza compare quando il potere è in crisi e cerca di imporsi con la forza. In questa prospettiva, la violenza non è segno di forza, ma di fragilità.

Persino Friedrich Nietzsche, spesso interpretato in modo grossolano come il filosofo della forza brutale, vedeva nella potenza più alta la capacità di dominare se stessi. La vera grandezza non sta nel travolgere, ma nel saper reggere, nel non reagire meccanicamente, nel creare invece di distruggere.

Quando una guida spirituale richiama alla pace e al dialogo, non sta evitando il conflitto per paura, ma sta esercitando proprio questo tipo di forza. Chiedere che dimostri la propria “forza” adottando il linguaggio della minaccia significa non comprendere la natura stessa di questa posizione: una forza che non coincide con l’imporsi, ma con il non lasciarsi trascinare nella spirale della violenza.

La domanda allora non è se il Papa sia debole o forte. La domanda è se oggi abbiamo ancora la capacità di riconoscere una forma di forza che non coincida con la violenza, con la minaccia, con l’ostentazione del potere. Se non la riconosciamo più, non è la voce del Papa ad essersi indebolita. È il nostro vocabolario morale ad essersi impoverito.

Salvatore Primiceri

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