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di Salvatore Primiceri – L’ultimo giorno di ogni anno è il momento dei bilanci e delle aspettative. Si desidera al più presto mettere in archivio le cose brutte accadute nell’anno che si conclude e, al tempo stesso, proiettarsi negli obiettivi che ci si è dati per il nuovo anno. E’ un momento, quello del giorno di San Silvestro, dove tutti (o quasi) pensano che sia possibile fermare il tempo e cambiare il corso delle cose. Ma non può essere quel minuto tra il prima e il dopo la mezzanotte a poter cambiare da solo ciò che non ci soddisfa della nostra vita; una seria e duratura riflessione ha, infatti, bisogno anch’essa del suo tempo ed è un tempo infinito che scorre parallelo al nostro modello fatto di ore, giorni, mesi e anni, e che dobbiamo saper intercettare.

Tante volte, quando siamo in affanno per realizzare i nostri progetti e ci danniamo perché non ci riusciamo, immersi in un vortice di impegni, scadenze, corse animate dalla fretta di arrivare in orario (già, ma per che cosa?), le persone che ci vogliono bene ci consigliano di fermarci un attimo. Ma, nel mondo di oggi è possibile fermarsi? Cosa vuol dire fermarsi? Fermandoci, non rischiamo di sprecare tempo?

Fermarsi significa riposare e riflettere sul come noi occupiamo il tempo, soprattutto su quanto ne sprechiamo. Significa innescare lo scambio che ci permette di instradarci sul binario del tempo parallelo. Infatti, non si può fermare il tempo ma si può rimodulare il nostro modo di intenderlo e viverlo, aprendosi al tempo della vita, della riflessione e della spiritualità. E un minuto, come detto, non basta.

Nell’anno che si chiude, funestato dalle guerre, dalla violenza, dalle disuguaglianze, dalla povertà, dalla distruzione dell’ambiente e da tanti altri mali da noi stessi creati, pare proprio che di tempo ne abbiamo ancora una volta sprecato tanto.

Rousseau darebbe la colpa al modo in cui abbiamo organizzato la società civile, la cui vita è scandita da un tempo frenetico che ci incatena in modo sempre più irreversibile a schemi e modelli da cui non riusciamo a liberarci. Non abbiamo tempo, quindi, di incrociare l’altro tempo, quello che serve per la cura di noi stessi per ritrovare la nostra natura originaria di spiriti buoni e liberi, direbbe ancora Rousseau.

Schopenhauer, invece, non assolverebbe l’uomo dalla sua natura egoista e cattiva e non crederebbe nel cambiamento del suo carattere, ma consiglierebbe all’uomo di fermarsi nel vero senso della parola, di astenersi dalle sue azioni spesso malvagie e di convertire il tempo in una profonda e perenne meditazione.

Sarebbe d’accordo anche Thoureau, il disobbediente alle leggi ingiuste, che trova conforto vivendo immerso nella natura e passeggiando nei boschi, ritrovandosi con sé stesso.

Schopenhauer trae ispirazione dalle filosofie orientali, come il buddismo e l’induismo, per le quali il tempo è considerato un’illusione. In queste visioni, il mondo fenomenico è effimero e mutevole, mentre la vera realtà è atemporale e eterna. La meditazione e la consapevolezza sono spesso utilizzate per superare la percezione illusoria del tempo e connettersi con la realtà ultima.

Socrate ci consiglierebbe un modo per ripartire, suggerendoci un esame interiore per cercare le risposte ai nostri dubbi e alle nostre preoccupazioni, curando la nostra anima per tirare fuori il meglio di noi.

Seneca, ci inviterebbe alla scoperta della vita ritirata, a considerare il valore del tempo dedicato allo studio e alla riflessione per trovare la saggezza, smettendola di vivere accumulando affanni e impegni come se fossimo eterni.

Platone ed Epicuro ci consiglierebbero di praticare la filosofia come cura dell’anima e del prossimo, con una differenza: il primo ci ricorderebbe la necessità dell’impegno civile, ovvero di come la filosofia debba accompagnare gli uomini nella vita pubblica per perseguire il bene comune; il secondo, invece, ci rivelerebbe la filosofia della dimensione privata dove la felicità si raggiunge con l’essenzialità. Per Epicuro le poche cose di cui abbiamo bisogno per essere felici sono a portata di mano e, riconoscendole, potremmo ottimizzare il tempo in cui godiamo del piacere di poterle vivere a pieno, evitando il dolore che ci procurerebbe invece il tempo dedicato alla ricerca dei piaceri sfrenati superflui e inutili.

E poi, ancora, Bergson ci direbbe che il tempo non può essere misurato oggettivamente, ma deve essere vissuto interiormente. La durata, secondo Bergson, è un flusso continuo e creativo che sfugge alla razionalità analitica.

Infine, Pirrone, il più scettico tra gli scettici, animato dal dubbio su ogni cosa e convinto che non riusciremo mai a trovare la verità sul perché della nostra esistenza, ci inviterebbe a sospendere il giudizio e a vivere il tempo dell’atarassia, ovvero l’assenza dalle preoccupazioni.

Tutti concordi, quindi, che il tempo è prezioso e che non va sprecato ma, solo entrando in questa nuova dimensione temporale potremmo provare a essere persone buone, rifiutare il male e vivere felici insieme al nostro prossimo.

E allora buon anno nuovo all’insegna di un tempo nuovo dove prevalgano la filosofia, la riflessione e la spiritualità.

Salvatore Primiceri

*Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

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