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di Salvatore Primiceri* – Un giorno Cherefonte, amico di gioventù di Socrate, si recò a Delfi. Giunto sul posto consultò l’oracolo chiedendogli chi fosse l’uomo più sapiente. L’oracolo, per voce della Pizia, rispose che senza dubbio era Socrate l’uomo più sapiente. Cherefonte riferì l’accaduto a Socrate e quest’ultimo ne rimase molto sorpreso, perfino incredulo. Non potendo mettere in discussione la parola di un Dio, Socrate decise allora di compiere una ricerca per capire come fosse possibile che proprio egli, consapevole di non avere alcuna competenza e di non essere per nulla sapiente, potesse essere ritenuto addirittura il più sapiente dall’oracolo.

Decise allora, per tentare di sciogliere l’enigma, di recarsi presso coloro che dinanzi all’opinione pubblica risultavano accreditati di grande sapienza. Andò prima dai politici. Si fermò a parlare con uno dei politici più famosi del tempo e si accorse che costui, pur atteggiandosi da persona sapiente che si esprimeva bene e in modo persuasivo, non risultava affatto sapiente. Credeva di esserlo ma non lo era.

Deluso da questo risultato, Socrate si recò dai poeti. “Loro sì, capaci di comporre così belle rime e poemi, saranno senz’altro più sapienti di me“, pensava Socrate prima di incontrarli. Ma non fu così. Socrate, discorrendo con loro, capì che essi erano certamente capaci di comporre straordinarie canzoni, ma al tempo stesso, solo per vanità e per il favore che riscontravano presso il pubblico, credevano di poter argomentare anche su questioni di cui non avevano alcuna conoscenza. Anche loro, quindi, credevano di essere sapientissimi ma non lo erano affatto.

Socrate non si scoraggiò e continuò la sua ricerca. Si recò, in ultimo, dagli artistiche si intendevano di tante e belle cose“. Fu vero. Essi sapevano cose che egli non sapeva. Tuttavia, solo per il fatto di esercitare bene il loro mestiere, presumevano di essere sapienti anche in tante altre cose molto più importanti e complesse.

Allora Socrate, dopo aver parlato con tutte queste persone, si chiese, come se stesse chiedendo all’oracolo, se egli preferisse rimanere così come era, ovvero consapevole della propria ignoranza, oppure essere come loro, ignoranti della propria ignoranza. Socrate convenne che era preferibile rimanere così com’era e comprese il significato della frase detta dal Dio tramite l’oracolo: egli era il più sapiente perché sapeva di non sapere, mentre gli altri credevano di sapere e si comportavano da sapienti pur non sapendo nulla.

Viviamo un’epoca dove i talk show televisivi e i social network dominano la scena. Nei primi i protagonisti sono più o meno sempre gli stessi: personaggi di diversa qualifica che vengono definiti opinionisti. Nei secondi i protagonisti sono le persone comuni, ognuno di noi può dire la sua sui social su qualsiasi argomento. Oggi vengono chiamati tuttologi, della tv e del web; ai tempi di Socrate venivano chiamati sofisti, ovvero persone che, erroneamente ritenute sapienti, parlavano di cose di cui non sapevano nulla e pretendevano di insegnarle, persino facendosi pagare. Il problema è che molti di essi ricevono credito e stima presso gli uditori con conseguente danno alla ricerca della verità delle cose.

Il risultato è quindi ambiguo: se uno volesse trarre da questo caos mediatico di voci sovrapposte e urlanti informazioni utili per farsi un’idea il più possibile aderente alla verità su un qualsiasi argomento, avrebbe notevoli difficoltà a discernere il vero dal falso, il competente dall’incompetente.

Come ne usciamo? Socrate cercò di far comprendere ai finti sapienti i loro limiti, ma attirò su di sé molte antipatie e inimicizie che lo portarono al processo e alla condanna a morte. Colui che ignora di non sapere è spesso presuntuoso e non incline ad ammettere la propria ignoranza.

Socrate ci ha insegnato il metodo del dialogo e dell’ascolto: spiegare ciò che si sa per competenza nel proprio campo e non pretendere di insegnare ciò che non si sa, affrontare argomenti diversi con reciproco rispetto, cercare di capire le cose ponendo dubbi e domande, mettere in discussione le proprie certezze, essere disposti ad accogliere nuovo sapere e ammettere le proprie lacune. Se riuscissimo a ripartire da questo sarebbe già un esercizio umile e utile alla crescita della società.

Salvatore Primiceri

*Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

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