soldi-ai-partiti(di Giulio Perrotta) Impariamo a conoscere i nostri nemici. Il finanziamento “pubblico” ai partiti, nonostante l’abolizione presunta, è ancora una piaga che intacca le tasche degli italiani. Ma andiamo con ordine.

La Costituzione italiana non disciplina espressamente il finanziamento pubblico ai partiti, in quanto l’art. 49 della Costituzione che definisce il partito politico non affronta il tema, demandando alle norme extrafonte. La Commissione Bozzi (1983-1985) aveva proposto di aggiungere all’art. 49 Cost. un secondo comma dedicato proprio al finanziamento pubblico che avrebbe così recitato: “La legge disciplina il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche, e prevede le forme e le procedure atte ad assicurare la trasparenza e il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento”. Tuttavia, per timore di rendere pubblica la provenienza “pseudo-lecita” del flusso economico destinato ai partiti, non venne introdotta.

In Italia, il finanziamento pubblico ai partiti venne introdotto con la legge n. 195/1974 (c.d. Legge Piccoli), di provenienza democristiana, a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e Petroli del 1973; guarda caso, la legge venne approvata in 16 giorni (per la serie, quando si vuole correre, le possibilità ci stanno)!

All’origine, la legge imponeva l’obbligo di presentazione di un “bilancio” da pubblicare su un quotidiano e da comunicare al Presidente della Camera, che esercitava un controllo formale assistito da un ufficio di revisori, cioè il “Collegio di revisori ufficiali dei conti“; inoltre, disciplinava anche il finanziamento privato. I buoni, però, risultarono ben presto sfatati, a seguito dei successivi scandali, Lockheed e Sindona; pertanto, nel 1974 si propose l’abrogazione normativa, sfumata per il mancato raggiungimento dei voti necessari. Il numero necessario arrivò nel 1978, grazie ai Radicali, toccando il 43,6 %: troppo poco per avere successo.

Nel 1980, una proposta di legge tentò di modificare la disciplina dei finanziamenti pubblici ai partiti; tuttavia, il successivo scandalo Caltagirone bloccò le intenzioni dei parlamentari, che si concretizzarono soltanto l’anno successivo, con la legge n. 659/1981, permettendo così di concretizzare il divieto di ricevere finanziamenti dalla Pubblica Amministrazione (compresi gli enti pubblici o a partecipazione pubblica) ma non dai privati e l’obbligo di una nuova forma di pubblicità dei bilanci, nel quale i partiti dovevano depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite (anche se non erano previsti effettivi controlli).

o-FINANZIAMENTO-PARTITI-facebookTutto inutile. Nel sottobosco fangoso, i partiti politici hanno continuato a percepire erogazioni praticamente mai tracciati, come accadde nei primi anni novanta con gli scandali che colpirono Bettino Craxi e tutta l’area repubblicana; solo il partito comunista si salvò, nonostante le accuse del Premier al Segretario del P.C. Giorgio Napolitano, futuro Presidente della Repubblica.

Il referendum abrogativo, ancora ad opera dei Radicali, arrivò nel 1993, in un clima infuocato come quello di Tangentopoli, che vedeva in prima fila l’accusatore Pubblico Ministero Dott. Antonio Di Pietro, futuro leader dell’Italia dei Valori, ormai in declino.

Nello stesso anno, il 1993, il Parlamento modifica la legge n. 515/1993 (legge sui rimborsi elettorali definiti “contributo per le spese elettorali”), permettendo di fatto l’erogazione nella legislatura del 1994 ben 47 milioni di euro, in un’unica soluzione. La stessa norma verrà poi applicata anche nelle elezioni politiche del 1996.

Il Parlamento ritorna a ritoccare la materia dei rimborsi elettorali con la legge n. 2/1997, intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”: di fatto, si reintroduceva il finanziamento pubblico ai partiti. In sostanza, il provvedimento legislativo prevedeva la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 x 1000 dell’imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno; inoltre, per il 1998 venne previsto un fondo di 82 milioni di euro per l’anno in corso. Ancora, questa legge introduceva l’obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo era affidato alla Presidenza della Camera e la Corte dei Conti aveva il potere di controllare solo il rendiconto delle spese elettorali.

Due anni più tardi, vista la poca adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 x 1000 ai partiti, venne varata dal Parlamento la legge n. 157/1999, recante “Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici”: qui, la situazione era ancora più sfacciata, perché di fatto si reintroduceva il finanziamento pubblico “completo” per i partiti, tradendo il risultato del referendum abrogativo di pochi anni prima. La legge, in particolare, prevedeva 5 fondi: 1 per le elezioni alla Camera, 1 per le elezioni al Senato, 1 per il Parlamento Europeo, 1 per le Regionali, e 1 per i referendum, comunque tutti erogati in rate annuali, per 194 milioni di euro in caso di legislatura politica completa. La legge entrò in vigore con le elezioni politiche del 2001 e inutili furono i tentativi di referendum abrogativo proposti dai Radicali nel 2000.

Non contenti, i parlamentari modificarono la legge suindicata con la nuova legge 156/2002, recante “Nuove disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasformava in annuale il fondo e abbassava il quorum per ottenere il rimborso, dal 4% all’1%, facendo lievitare il rimborso complessivo da 194 milioni di euro a 469 milioni di euro! Ultimo colpo “gobbo” fu con la legge 51/2006 che stabilì l’erogazione per tutti gli anni di legislatura, indipendentemente dalla durata effettiva della stessa.

(continua…)

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